Personaggio. Maria
Luisa Rinaldi
Di Marzia Mecozzi
(video dell' intervista)
Storia di un pescatore e della sua famiglia nella Viserba
del secolo scorso.
Il passato che prende forma dalle parole di Maria Luisa
(Marisa) Rinaldi, non è remoto, eppure sembra lontanissimo.
Sorretto da alcune immagini d’epoca che aiutano ad
immedesimarsi in quei giorni diversi, il racconto scorre
vivido sui passaggi della storia, dai quadretti famigliari e
quotidiani, come quelli degli anni della scuola alle
‘Donizetti’, alle rappresentazioni più vaste e collettive,
come quelle della guerra, quando la battaglia di Rimini,
terribile e decisiva, incalza dai fianchi e l’eco dei
bombardamenti giunge alle porte del paese.
Figlia di un marinaio, Bruno Rinaldi (classe 1904), Marisa
ci conduce nella Viserba delle batane e degli zoccoli,
quando la vita era fatta di poche, modeste cose, e la sua
ricchezza o povertà erano indissolubilmente legate al mare.
Dal mare, dalla pesca, dipendeva anche la famiglia di Bruno
che, con Maria che faceva la sarta, si era sposato
giovanissimo e, non ancora trentenni, i due avevano già
avuto i loro quattro bambini.
È un uomo allegro, Bruno, nei ricordi di sua figlia, un vero
marinaio, coi baffi e la galosa (il copricapo tipico della
gente di mare di quell’epoca) la capota (il mezzo cappotto,
lungo fino alla coscia) e gli zoccoli di legno. Un uomo
ruvido dal cuore gentile.
“Ricordo un episodio. - dice Marisa per descriverlo -
Mandavano sempre me a prendere il carbone da Morri, in via
Palazzi, ma quel giorno non ne avevo avuto voglia e non
c’ero andata. Sedevo sui gradini che davano sulla strada,
quando mio padre era rincasato. Subito mia sorella lo aveva
informato della mia ‘colpa’ e io, che temevo la sua
sgridata, rimanevo zitta zitta al mio posto… Ma lui aveva
sorriso e mi aveva fatto una carezza sui capelli…”
Negli anni Trenta, la famiglia viveva proprio accanto alla
piazza, nella casetta di fronte alla attuale pescheria. “Il
babbo, a rate, si era comprato una barchetta, - racconta
Marisa - ma presto aveva deciso di smettere di andare per
mare e, insieme alla mamma, si era dedicato al commercio del
pesce. All’alba, andava con la sua bicicletta a prendere il
pesce, fino a Rimini, caricava quell’enorme cassetta e
tornava per l’ora del mercato.”
Il mercato animava la piazza, con i banchi della verdura e
del pesce, mentre sul lungomare Cristoforo Colombo, di
fronte al Villino Zanotti sostavano le carrozze che facevano
la spola fra la stazione e il mare.
Negli anni Trenta, la politica fascista aveva favorito la
diffusione del turismo che, da fenomeno di élite, riservato
esclusivamente agli aristocratici, si era andato ampliando
al ceto medio, aprendo agli italiani la possibilità delle
vacanze al mare e anche per la Regina delle Acque aveva
avuto inizio la storia balneare. La festa, però, era durata
poco per tutti, dato che nel decennio successivo la piaga
della guerra era dilagata con le sue miserie e i suoi
orrori.
“Quando ci furono i primi bombardamenti, - ricorda Marisa -
non avevamo idea di cosa fosse quel frastuono che proveniva
di lontano. Bombardavano Rimini. Ma Viserba evidentemente
non era così interessante al fine del conflitto, per fortuna
non è stata quasi toccata, tranne che per pochi
bombardamenti sulla via Roma e una bomba inesplosa nella
Chiesa della piazza Pascoli. Però, quando gli aerei
arrivavano, passando dal mare, correvamo tutti a rifugiarci
nella chiesa di Viserba Monte o nelle stalle di San Vito.
Si aveva come
l’impressione che i motori di quegli aerei facessero due
suoni diversi: uno all’andata e uno al ritorno, quando
avevano scaricato le bombe su Rimini.” Come centro nodale di
vita, di scambi, di attività politica, economica e sociale,
la città di Rimini, da cui partiva la Linea Gotica, subì
circa quattrocento bombardamenti aerei e navali; il 25
agosto 1944 ebbe inizio la Battaglia di Rimini per lo
sfondamento del fronte, considerata una delle più grandi
battaglie del secondo conflitto mondiale che rase
letteralmente al suolo la città.
“Di quei
giorni, il ricordo più nitido che ho è quello della notte
dei Bengala. Avevamo saputo che quella notte avrebbero
bombardato il territorio e ci eravamo rifugiati tutti nella
grotta di Gianni Magnani. Ricordo la Luisa che gridava ‘le
luci, le luci’. Lo spettacolo, fra la paura e lo stupore è
qualcosa di indimenticabile. Era tutto illuminato a giorno…”
Il 21 settembre 1944 l'esercito alleato entrò a Rimini.
“Anche a Viserba l’esercito aveva sfilato sulla via Colombo
con i carri armati; qui si erano formati i soldati
neozelandesi. Gli alleati non ci avevano soltanto liberati,
grazie a loro tornavamo a mangiare. Ricordo i filoni di pane
bianco in cassetta e il the che distribuivano.
Noi, il the,
non lo usavamo prima dell’arrivo degli inglesi; ricordo che
con tutto quello che ci hanno lasciato, abbiamo tinto le
maglie!” I primi anni del dopoguerra, furono anni di
assestamento e ricostruzione vera e propria, con gli
eserciti alleati ancora di stanza sul territorio. “Sul
finire degli anni Quaranta sono andata a lavorare alla BSD,
il magazzino inglese che si trovava presso la Caserma Giulio
Cesare. Era tanto tempo che non vedevamo tanti ben di Dio.
Avevano prodotti e cibi di tutte le qualità…carne in
scatola, conserve di pomodoro, avevano il bacon, che loro,
insieme alle uova usavano a colazione! Tante famiglie hanno
mangiato grazie agli inglesi…”
Negli anni del boom economico, molti viserbesi della zona ‘a
Monte’ abbandonarono le campagne a favore di un'attività
nuova, nascente, che impegnava intere famiglie nella
conduzione di pensioni, locali e bagni ponendo le basi della
fortuna e dell'immagine attuale della Viserba ‘a Mare’. Con
un sorriso Marisa rimpiange di non essere stati anche loro,
come famiglia, così lungimiranti da intravedere in
quell’attività il futuro e la ricchezza. “Noi che vivevamo
qui… a due passi dal mare, siamo stati meno intraprendenti
di quanto non lo siano state alcune famiglie di Viserba
Monte che invece hanno lasciato o venduto i loro poderi per
stabilirsi sul mare, acquistando terreni, costruendo prima
case, pensioni, alberghi…”
Quando Maria (la mamma di Marisa) morì, nel 1951, Rina,
sorella di Marisa, prese il suo posto e proseguì il suo
lavoro. Franca, la sorella maggiore, nel frattempo si era
sposata e aveva avuto il piccolo Mario. Anche lei faceva la
sarta e aveva clienti fin nella lontana Milano, così Marisa
l’aiutava occupandosi del bimbo. Pur avendo da anni
intrapreso un nuovo mestiere, Bruno Rinaldi di tanto in
tanto tornava a vestire i panni del pescatore, imbarcandosi
coi colleghi che, nella notte, salpavano per una nuova
battuta di pesca. E così fece la notte del 29 novembre 1957.
Il racconto del naufragio del peschereccio dei Merli, con a
bordo 4 marinai, è cronaca di quei giorni, ma la voce di sua
figlia ancora s’incrina al ricordo di quella notte di
tempesta, e poi di quella mattinata di aspettativa e attesa,
di funesti presagi e infine di dolore. È difficile dire cosa
accada di preciso, ma qualcosa dentro di noi certo accade,
tale da metterci in guardia, da rivelarci che la sorte è in
agguato.
Quella notte,
infatti, Marisa dormì poco e male, attenta alle sfumature
nella voce del vento, in attesa del suono lugubre del faro
che mandava il suo segnale nella nebbia. Ma non fu soltanto
una questione di nebbia, o soltanto di vento, o di mare in
tempesta. Quella notte si scatenarono tutte insieme queste
forze maligne della natura e per i quattro marinai non ci fu
scampo. Marisa ancora non lo sapeva, non lo sapeva nessuno,
perché certe volte, quando la tempesta li sorprendeva al
largo, i marinai esperti sapevano come fare e il babbo lo
aveva detto tante volte: “non preoccupatevi se non mi vedete
tornare, può capitare che, se siamo più vicini, si faccia
scalo nel porto di Cesenatico, non preoccupatevi…”
Così, quella
mattina, non vedendolo rientrare, Marisa, col piccolo Mario,
era andata ad attendere il babbo alla stazione, ma dal treno
che proveniva da Cesenatico non era sceso nessuno. La
tragedia era già negli occhi e sulle labbra di tutti, ma il
primo a darle il vero nome fu Ermanno, il fratello più
piccolo di Marisa che disse “il babbo, non lo rivediamo
più.” Bruno Rinaldi non fu più mai più trovato, Merli fu
trovato qualche tempo dopo al largo di Pesaro. Le esequie
furono celebrate nella Chiesa di San Niccolò, senza bare,
con gli onori che vengono riservati ai marinai che perdono
la vita in mare. |