Intervista a Maria Luisa Rinaldi

giovedì 13 maggio 2010

Personaggio. Maria Luisa Rinaldi
Di Marzia Mecozzi    (video dell' intervista)

Storia di un pescatore e della sua famiglia nella Viserba del secolo scorso.

Il passato che prende forma dalle parole di Maria Luisa (Marisa) Rinaldi, non è remoto, eppure sembra lontanissimo. Sorretto da alcune immagini d’epoca che aiutano ad immedesimarsi in quei giorni diversi, il racconto scorre vivido sui passaggi della storia, dai quadretti famigliari e quotidiani, come quelli degli anni della scuola alle ‘Donizetti’, alle rappresentazioni più vaste e collettive, come quelle della guerra, quando la battaglia di Rimini, terribile e decisiva, incalza dai fianchi e l’eco dei bombardamenti giunge alle porte del paese.


Figlia di un marinaio, Bruno Rinaldi (classe 1904), Marisa ci conduce nella Viserba delle batane e degli zoccoli, quando la vita era fatta di poche, modeste cose, e la sua ricchezza o povertà erano indissolubilmente legate al mare. Dal mare, dalla pesca, dipendeva anche la famiglia di Bruno che, con Maria che faceva la sarta, si era sposato giovanissimo e, non ancora trentenni, i due avevano già avuto i loro quattro bambini.


È un uomo allegro, Bruno, nei ricordi di sua figlia, un vero marinaio, coi baffi e la galosa (il copricapo tipico della gente di mare di quell’epoca) la capota (il mezzo cappotto, lungo fino alla coscia) e gli zoccoli di legno. Un uomo ruvido dal cuore gentile.


“Ricordo un episodio. - dice Marisa per descriverlo - Mandavano sempre me a prendere il carbone da Morri, in via Palazzi, ma quel giorno non ne avevo avuto voglia e non c’ero andata. Sedevo sui gradini che davano sulla strada, quando mio padre era rincasato. Subito mia sorella lo aveva informato della mia ‘colpa’ e io, che temevo la sua sgridata, rimanevo zitta zitta al mio posto… Ma lui aveva sorriso e mi aveva fatto una carezza sui capelli…”


Negli anni Trenta, la famiglia viveva proprio accanto alla piazza, nella casetta di fronte alla attuale pescheria. “Il babbo, a rate, si era comprato una barchetta, - racconta Marisa - ma presto aveva deciso di smettere di andare per mare e, insieme alla mamma, si era dedicato al commercio del pesce. All’alba, andava con la sua bicicletta a prendere il pesce, fino a Rimini, caricava quell’enorme cassetta e tornava per l’ora del mercato.”


Il mercato animava la piazza, con i banchi della verdura e del pesce, mentre sul lungomare Cristoforo Colombo, di fronte al Villino Zanotti sostavano le carrozze che facevano la spola fra la stazione e il mare.


Negli anni Trenta, la politica fascista aveva favorito la diffusione del turismo che, da fenomeno di élite, riservato esclusivamente agli aristocratici, si era andato ampliando al ceto medio, aprendo agli italiani la possibilità delle vacanze al mare e anche per la Regina delle Acque aveva avuto inizio la storia balneare. La festa, però, era durata poco per tutti, dato che nel decennio successivo la piaga della guerra era dilagata con le sue miserie e i suoi orrori.


“Quando ci furono i primi bombardamenti, - ricorda Marisa - non avevamo idea di cosa fosse quel frastuono che proveniva di lontano. Bombardavano Rimini. Ma Viserba evidentemente non era così interessante al fine del conflitto, per fortuna non è stata quasi toccata, tranne che per pochi bombardamenti sulla via Roma e una bomba inesplosa nella Chiesa della piazza Pascoli. Però, quando gli aerei arrivavano, passando dal mare, correvamo tutti a rifugiarci nella chiesa di Viserba Monte o nelle stalle di San Vito.

Si aveva come l’impressione che i motori di quegli aerei facessero due suoni diversi: uno all’andata e uno al ritorno, quando avevano scaricato le bombe su Rimini.” Come centro nodale di vita, di scambi, di attività politica, economica e sociale, la città di Rimini, da cui partiva la Linea Gotica, subì circa quattrocento bombardamenti aerei e navali; il 25 agosto 1944 ebbe inizio la Battaglia di Rimini per lo sfondamento del fronte, considerata una delle più grandi battaglie del secondo conflitto mondiale che rase letteralmente al suolo la città.

“Di quei giorni, il ricordo più nitido che ho è quello della notte dei Bengala. Avevamo saputo che quella notte avrebbero bombardato il territorio e ci eravamo rifugiati tutti nella grotta di Gianni Magnani. Ricordo la Luisa che gridava ‘le luci, le luci’. Lo spettacolo, fra la paura e lo stupore è qualcosa di indimenticabile. Era tutto illuminato a giorno…”


Il 21 settembre 1944 l'esercito alleato entrò a Rimini. “Anche a Viserba l’esercito aveva sfilato sulla via Colombo con i carri armati; qui si erano formati i soldati neozelandesi. Gli alleati non ci avevano soltanto liberati, grazie a loro tornavamo a mangiare. Ricordo i filoni di pane bianco in cassetta e il the che distribuivano.

Noi, il the, non lo usavamo prima dell’arrivo degli inglesi; ricordo che con tutto quello che ci hanno lasciato, abbiamo tinto le maglie!” I primi anni del dopoguerra, furono anni di assestamento e ricostruzione vera e propria, con gli eserciti alleati ancora di stanza sul territorio. “Sul finire degli anni Quaranta sono andata a lavorare alla BSD, il magazzino inglese che si trovava presso la Caserma Giulio Cesare. Era tanto tempo che non vedevamo tanti ben di Dio. Avevano prodotti e cibi di tutte le qualità…carne in scatola, conserve di pomodoro, avevano il bacon, che loro, insieme alle uova usavano a colazione! Tante famiglie hanno mangiato grazie agli inglesi…”


Negli anni del boom economico, molti viserbesi della zona ‘a Monte’ abbandonarono le campagne a favore di un'attività nuova, nascente, che impegnava intere famiglie nella conduzione di pensioni, locali e bagni ponendo le basi della fortuna e dell'immagine attuale della Viserba ‘a Mare’. Con un sorriso Marisa rimpiange di non essere stati anche loro, come famiglia, così lungimiranti da intravedere in quell’attività il futuro e la ricchezza. “Noi che vivevamo qui… a due passi dal mare, siamo stati meno intraprendenti di quanto non lo siano state alcune famiglie di Viserba Monte che invece hanno lasciato o venduto i loro poderi per stabilirsi sul mare, acquistando terreni, costruendo prima case, pensioni, alberghi…”


Quando Maria (la mamma di Marisa) morì, nel 1951, Rina, sorella di Marisa, prese il suo posto e proseguì il suo lavoro. Franca, la sorella maggiore, nel frattempo si era sposata e aveva avuto il piccolo Mario. Anche lei faceva la sarta e aveva clienti fin nella lontana Milano, così Marisa l’aiutava occupandosi del bimbo. Pur avendo da anni intrapreso un nuovo mestiere, Bruno Rinaldi di tanto in tanto tornava a vestire i panni del pescatore, imbarcandosi coi colleghi che, nella notte, salpavano per una nuova battuta di pesca. E così fece la notte del 29 novembre 1957.


Il racconto del naufragio del peschereccio dei Merli, con a bordo 4 marinai, è cronaca di quei giorni, ma la voce di sua figlia ancora s’incrina al ricordo di quella notte di tempesta, e poi di quella mattinata di aspettativa e attesa, di funesti presagi e infine di dolore. È difficile dire cosa accada di preciso, ma qualcosa dentro di noi certo accade, tale da metterci in guardia, da rivelarci che la sorte è in agguato.

Quella notte, infatti, Marisa dormì poco e male, attenta alle sfumature nella voce del vento, in attesa del suono lugubre del faro che mandava il suo segnale nella nebbia. Ma non fu soltanto una questione di nebbia, o soltanto di vento, o di mare in tempesta. Quella notte si scatenarono tutte insieme queste forze maligne della natura e per i quattro marinai non ci fu scampo. Marisa ancora non lo sapeva, non lo sapeva nessuno, perché certe volte, quando la tempesta li sorprendeva al largo, i marinai esperti sapevano come fare e il babbo lo aveva detto tante volte: “non preoccupatevi se non mi vedete tornare, può capitare che, se siamo più vicini, si faccia scalo nel porto di Cesenatico, non preoccupatevi…”

Così, quella mattina, non vedendolo rientrare, Marisa, col piccolo Mario, era andata ad attendere il babbo alla stazione, ma dal treno che proveniva da Cesenatico non era sceso nessuno. La tragedia era già negli occhi e sulle labbra di tutti, ma il primo a darle il vero nome fu Ermanno, il fratello più piccolo di Marisa che disse “il babbo, non lo rivediamo più.” Bruno Rinaldi non fu più mai più trovato, Merli fu trovato qualche tempo dopo al largo di Pesaro. Le esequie furono celebrate nella Chiesa di San Niccolò, senza bare, con gli onori che vengono riservati ai marinai che perdono la vita in mare.

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