Intervista a Maria Luisa Donati detta "Gina"
Viserba 2011
 

Personaggio. Maria Luisa (Gina) Donati
di Marzia Mecozzi



Una donna di ideali

"Amo l'inverno, perché in questo periodo dell'anno il nostro paese torna ad assomigliare a quello della mia giovinezza, un luogo famigliare e raccolto, dove tutti si conoscevano e il forestiero passava accompagnato dagli sguardi curiosi..."

Questo, fra i tanti pensieri espressi, apre l'album dei ricordi di Maria Luisa Donati, che i viserbellesi conoscono come "la Gina" ad Maièn, classe 31. La grande famiglia Donati, blasonata di ben due soprannomi, Capuciòn e Maièn, in quello stralcio di secolo che va dal Ventennio alla Guerra, era composta da 17 persone che spesso si ritrovavano tutte attorno alla stessa tavola e che, per la gioia dei ragazzi, condividevano fra le loro tre abitazioni, un grande cortile comune, in una Viserbella che da pochi decenni aveva visto la luce, fra marineria e agricoltura, mentre le ricche famiglie del nord acquistavano lotti 'vista mare' sul tratto di riviera dove ancora era possibile accaparrarsene a prezzi stracciati.

Viserbella, che deve il suo nome al ragioniere Giulio Cesare Gamberini cui si deve anche la costruzione del primo villino gentilizio, fino a quel momento era stata una landa sabbiosa, semideserta (a inizio secolo vi abitavano un centinaio di persone), sguarnita e assolutamente priva di qualsiasi attrattiva che non fosse uno specchio d'acqua, allora limpido, e un arenile soleggiato e invitante per chi ricercava i benefici effetti della talassoterapia a prezzi meno proibitivi di quelli proposti dalla nota Rimini o anche dalla più modesta ma già frequentata e vicina Viserba. Nel pensare al nome da attribuire alla nascente località, e affinché il nome avesse un certo effetto nonché un significato preciso e contenesse- perchè no - un auspicio, Gamberini propose, appunto, Viserbella per evidenziare il suo legame con Viserba, quasi un quartiere della stessa, ma con la speranza di vederla diventare un giorno 'la Viserba più bella'.

La famiglia di Gina era composta dal padre Angelo Donati, nato nel 1901, che faceva il muratore; dalla mamma Augusta Fantini, che faceva la donna di servizio; da Maria Luisa, da tutti chiamata Gina, e Adamo Giovanni, detto “Ciccio”, di otto anni più giovane della sorella e che, dalla morte della loro mamma, avvenuta nel 1953, ha sempre vissuto insieme a lei. "Ci vogliamo un gran bene - dice con un sorriso - lui è il mio buon 'ragazzo', il fratellino che, insieme alla mamma, ho tanto desiderato e che, con la sua nascita, mi ha regalato la gioia più grande e che resta fra le cose più belle della mia vita."
I Donati, nei primi decenni del secolo, erano stati mezzadri dei Campogrande, una ricca famiglia che possedeva estesi terreni nei dintorni della ferrovia, dove si coltivavano grano, granturco e fagioli.
"I miei nonni avevano un po' di terra, qualche mucca, alcune pecore, una vigna. Non erano ricchi - afferma sorridendo - ma avere la terra e un po' di animali, quella volta, significava avere sempre da mangiare, che non era una cosa scontata."
E sul paesaggio morbido dei ricordi si disegnano lineari filari di vite e antichi rituali legati alla produzione del vino.
"Facevamo il vino come vuole la tradizione, - dice - pestando l'uva coi piedi. Poi, quando abbiamo iniziato ad usare il torchio, ricordo che andavo io stessa, con un carretto, a prenderlo in prestito da Natale Sammarini."
Vanno e vengono in ordine sparso, i ricordi, e seguono la memoria del cuore, degli affetti, ritrovano immagini lontane ma vivide di una infanzia felice che la consapevolezza acquisita con gli anni e la saggezza traducono in nostalgia.
“Noi bambini, otto ragazzi di età diverse, allegri e scatenati, trascorrevamo le nostre giornate con la nonna e, durante l'estate, quando le nostre case venivano affittate ai bagnanti, ci ritrovavamo a dormire tutti insieme ammassati in solaio... Ho ricordi bellissimi di quegli anni spensierati."


Fra questi, c'è anche un pensiero per la piccola scuola del paese che accoglieva i ragazzi fino alla quarta elementare. Per frequentare la quinta, invece, si doveva arrivare fino a Viserba. Ma fra Viserbella e Viserba non correva buon sangue e raramente si superava il confine della Fossa per spingersi in 'acque' extra territoriali. La Fossa dei Molini segnava un confine netto fra la parte più a nord di Viserba e l'agglomerato urbano di Viserbella composto per lo più da casupole e capanne dislocate fra campi e canneti, senza strade vere e proprie, se non ipotizzate sulla carta, con un tracciato che si disegnava, lato mare, accostandosi ai perimetri delle rispettive proprietà. La fossa, prima di diventare una sorta di canale di scolo, maleodorante e indecorosa, e prima quindi di essere interrata e ricoperta da una pista pedonale, era stato un fiumiciattolo serpeggiante fra canneti e tronchi secolari di acacie e pioppi, fra depressioni deserte e scheletri di fabbricati rurali e industriali, dal macello al mulino dei Leli, su su fino al bosco della Corderia.

"Eravamo pochi, quella volta, poche case sparse fra il mare e gli orti. - prosegue Gina - Poi, con l'estate, arrivavano i forestieri che si erano fatti costruire ville e villini di vacanza sulla spiaggia e molte donne del posto, con la stagione, andavano a servizio da questi signori. Anche io, che pur avevo imparato il mestiere di sarta, a vent'anni ho iniziato ad andare a servizio presso le case dei villeggianti. Il turismo aveva già il suo peso nell'economia modesta delle nostre vite."

La semplicità di quelle vite racconta la povertà da una prospettiva non umiliante, ma condizione comune capace di ispirare ben più di oggi la solidarietà. E, nelle parole di Gina, quella povertà, come un mito, si riappropria di un significato morale profondo e sulla ricchezza, in quei ricordi genuini, filtra con gli anni una considerazione realista: "Ma anche i ricchi non erano signori. Erano arroganti e trattavano noi umili lavoratori con la condiscendenza che si presta agli inferiori. Mia madre diceva spesso questa frase: 'il pane dei ricchi ha sette croste, l'ultima rompe i denti'. Ma per tanti ricchi senza signorilità, ce ne erano anche alcuni con belle idee, propositi importanti per quest'area nascente, generosità e buon senso.

Dopo il pioniere Gamberini, che era stato uno di questi e tanto si era prodigato per il suo 'gioiello' balneare, il secondo estimatore del luogo era stato il pittore friulano Augusto Aviano che, da bravo artista si era disegnato il progetto della propria villa cui nel tempo si erano aggiunte, come si può ricostruire dalle cartoline dell'epoca, Villa Laura, le ville Galliani e Strinacchi, e poi quelle di Locatelli, Rossi, Pozzi, Betti, Pari, quella della Contessa Piccinini, quella dei Campogrande, la Villa degli Angeli e tante altre che successivamente, soprattutto negli anni del boom turistico sono state sostituite da costruzioni più moderne e certamente meno pregiate, dalle pensioni e dagli alberghetti che oggi caratterizzano tutta l'area.

"Del tempo della mia infanzia ricordo la villa dei Masciadri, quella della Contessa Piccinini, che ancora oggi resta una delle più belle e prestigiose proprietà della zona ed è al momento in vendita; la Villa dei Vecchi, nel cui giardino, durante la guerra, era stato posizionato un cannone. A villa Quartaroli viveva con la famiglia il dottor Contarini, che aveva la sua Clinica a Rimini. E per quelle di cui non sapevamo il nome, noi ragazzi supplivamo con la fantasia. Per esempio mi ricordo della villa 'dei cani' che chiamavamo così perché ce n'erano sempre tanti dietro ai suoi cancelli e che una mareggiata ha completamente spazzato via; o della villa 'degli angeli', cosiddetta dai fregi che impreziosivano la sua facciata."

Poi ci furono gli anni della guerra. Angelo Donati, che era stato un antifascista, fu mandato in Germania a lavorare in una miniera di Essen. "Era la punizione per non aver voluto prendere la tessera del partito, - dice Gina- così gli facevano scontare la sua 'ribellione'. Mio padre era un uomo di ideali, serio e altruista, in un mondo molto difficile e pericoloso. Per tanta felicità e spensieratezza che avevano accompagnato la mia infanzia, l'adolescenza fu difficile e dolorosa. - prosegue - La guerra, è come se fosse finita ieri, i ricordi sono indelebili, quelle giornate diverse e, per certi versi, assurde, sono scolpite nella mia memoria con tutte le persone, i fatti, le situazioni quotidiane più banali, che però durante la guerra cambiano dimensione, cambiano prospettiva, importanza. Le cose che fino a poco tempo prima erano normali, improvvisamente diventavano completamente diverse: nel nostro campo erano stati posizionati ventidue cannoni e la nostra casa era stata presa dai tedeschi. Noi ce ne siamo dovuti andare senza fare tante storie. Siamo sfollati a Villa Serena che ha una cantina molto grande, a forma di 'sette'. Da ogni finestra della nostra casa spuntavano due mitragliatrici. In quel periodo mio padre fu mandato a casa per un permesso."

Quando, nell'ultimo anno di guerra, il fronte si spostò sulla Linea Gotica, nella storica e tragica battaglia che distrusse Rimini, anche le zone nord rimasero interessate. Di quei giorni Gina ricorda soprattutto la paura dei bombardamenti.
"Con il bombardamento dal mare è morta l'intera famiglia Gobbi. - ricorda - Quando suonava l'allarme tutti correvamo a rintanarci nei rifugi. Mio padre ne aveva costruiti tre, perché potessero prendervi posto più persone. Li aveva costruiti raccattando i materiali qua e là. Per completare l'ultimo, siccome non c'era più niente in giro - nessuno aveva più niente - aveva utilizzato il legno di un capanno della spiaggia. Anche mia madre aveva lo stesso altruismo di mio padre e ricordo che in quel momento così pericoloso, con i bombardamenti e le ripercussioni dei tedeschi, metteva a rischio anche la sua vita per aiutare una famiglia in difficoltà. Si trattava della famiglia del mugnaio. Sua moglie aveva da poco avuto il terzo figlio e, non potendosi muovere dal letto, aveva bisogno di qualcuno che la aiutasse. Mia madre andava da lei ogni giorno, rischiando di tutto." Il pensiero successivo è velato di amarezza. "Finita la guerra, non li abbiamo mai più visti o sentiti."

Poi, via i tedeschi, la casa si riempì di soldati alleati: inglesi, americani, ma soprattutto polacchi, che, come ricorda Gina, erano gentili e pieni di attenzioni. "Noi ci eravamo abituati alla loro presenza, alla fine non ci facevi più caso... si era instaurata una sorta di amichevole convivenza. Loro erano lontani da casa, noi eravamo tutti ancora un po' sfasati. Uno degli ultimi ad andarsene si portò via tutte le nostre fotografie. Chissà perchè? Però non le abbiamo trovate più."
La vita tornò a poco a poco alla normalità e presto iniziò la cosiddetta 'ricostruzione'. Per Viserbella e Viserba, dove non era stato distrutto quasi nulla, si trattò semmai di una 'costruzione' vera e propria, di uno slancio verso la ricchezza per come la conosciamo oggi. "Molti, in quel momento, tentarono la fortuna, - ricorda Gina - con debiti, impegni, sacrifici e rischi. E bisogna ammettere che, chi ha rischiato, ce l'ha fatta. - osserva con il realismo che la contraddistingue - Chi non ha rischiato, però, non l'ha fatto per paura dei sacrifici, ma per paura di non riuscire a onorare il debito contratto. E quindi anche coloro che non hanno 'fatto fortuna' hanno nell'onestà il loro merito. Nella mia famiglia, per esempio, le persone sono sempre state semplici, oneste e lavoratrici, non sono mai diventate ricche, - conclude con un sorriso - ma credo che, nello spirito, siano sempre state 'signore'.

   

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