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Personaggio. Maria Luisa (Gina) Donati
di Marzia Mecozzi

Una donna di ideali
"Amo l'inverno, perché in questo periodo dell'anno il nostro
paese torna ad assomigliare a quello della mia giovinezza,
un luogo famigliare e raccolto, dove tutti si conoscevano e
il forestiero passava accompagnato dagli sguardi curiosi..."
Questo, fra i tanti pensieri espressi, apre l'album dei
ricordi di Maria Luisa Donati, che i viserbellesi conoscono
come "la Gina" ad Maièn, classe 31. La grande famiglia
Donati, blasonata di ben due soprannomi, Capuciòn e Maièn,
in quello stralcio di secolo che va dal Ventennio alla
Guerra, era composta da 17 persone che spesso si ritrovavano
tutte attorno alla stessa tavola e che, per la gioia dei
ragazzi, condividevano fra le loro tre abitazioni, un grande
cortile comune, in una Viserbella che da pochi decenni aveva
visto la luce, fra marineria e agricoltura, mentre le ricche
famiglie del nord acquistavano lotti 'vista mare' sul tratto
di riviera dove ancora era possibile accaparrarsene a prezzi
stracciati.
Viserbella, che deve il suo nome al
ragioniere Giulio Cesare Gamberini cui si deve anche la
costruzione del primo villino gentilizio, fino a quel
momento era stata una landa sabbiosa, semideserta (a inizio
secolo vi abitavano un centinaio di persone), sguarnita e
assolutamente priva di qualsiasi attrattiva che non fosse
uno specchio d'acqua, allora limpido, e un arenile
soleggiato e invitante per chi ricercava i benefici effetti
della talassoterapia a prezzi meno proibitivi di quelli
proposti dalla nota Rimini o anche dalla più modesta ma già
frequentata e vicina Viserba. Nel pensare al nome da
attribuire alla nascente località, e affinché il nome avesse
un certo effetto nonché un significato preciso e contenesse-
perchè no - un auspicio, Gamberini propose, appunto,
Viserbella per evidenziare il suo legame con Viserba, quasi
un quartiere della stessa, ma con la speranza di vederla
diventare un giorno 'la Viserba più bella'.
La
famiglia di Gina era composta dal padre Angelo Donati, nato
nel 1901, che faceva il muratore; dalla mamma Augusta
Fantini, che faceva la donna di servizio; da Maria Luisa, da
tutti chiamata Gina, e Adamo Giovanni, detto “Ciccio”, di
otto anni più giovane della sorella e che, dalla morte della
loro mamma, avvenuta nel 1953, ha sempre vissuto insieme a
lei. "Ci vogliamo un gran bene - dice con un sorriso - lui è
il mio buon 'ragazzo', il fratellino che, insieme alla
mamma, ho tanto desiderato e che, con la sua nascita, mi ha
regalato la gioia più grande e che resta fra le cose più
belle della mia vita."
I Donati, nei primi decenni del secolo, erano stati mezzadri
dei Campogrande, una ricca famiglia che possedeva estesi
terreni nei dintorni della ferrovia, dove si coltivavano
grano, granturco e fagioli.
"I miei nonni avevano un po' di terra, qualche mucca, alcune
pecore, una vigna. Non erano ricchi - afferma sorridendo -
ma avere la terra e un po' di animali, quella volta,
significava avere sempre da mangiare, che non era una cosa
scontata."
E sul paesaggio morbido dei ricordi si disegnano lineari
filari di vite e antichi rituali legati alla produzione del
vino.
"Facevamo il vino come vuole la tradizione, - dice -
pestando l'uva coi piedi. Poi, quando abbiamo iniziato ad
usare il torchio, ricordo che andavo io stessa, con un
carretto, a prenderlo in prestito da Natale Sammarini."
Vanno e vengono in ordine sparso, i ricordi, e seguono la
memoria del cuore, degli affetti, ritrovano immagini lontane
ma vivide di una infanzia felice che la consapevolezza
acquisita con gli anni e la saggezza traducono in nostalgia.
“Noi bambini, otto ragazzi di età diverse, allegri e
scatenati, trascorrevamo le nostre giornate con la nonna e,
durante l'estate, quando le nostre case venivano affittate
ai bagnanti, ci ritrovavamo a dormire tutti insieme
ammassati in solaio... Ho ricordi bellissimi di quegli anni
spensierati."
Fra questi, c'è anche un pensiero per la piccola scuola del
paese che accoglieva i ragazzi fino alla quarta elementare.
Per frequentare la quinta, invece, si doveva arrivare fino a
Viserba. Ma fra Viserbella e Viserba non correva buon sangue
e raramente si superava il confine della Fossa per spingersi
in 'acque' extra territoriali. La Fossa dei Molini segnava
un confine netto fra la parte più a nord di Viserba e
l'agglomerato urbano di Viserbella composto per lo più da
casupole e capanne dislocate fra campi e canneti, senza
strade vere e proprie, se non ipotizzate sulla carta, con un
tracciato che si disegnava, lato mare, accostandosi ai
perimetri delle rispettive proprietà. La fossa, prima di
diventare una sorta di canale di scolo, maleodorante e
indecorosa, e prima quindi di essere interrata e ricoperta
da una pista pedonale, era stato un fiumiciattolo
serpeggiante fra canneti e tronchi secolari di acacie e
pioppi, fra depressioni deserte e scheletri di fabbricati
rurali e industriali, dal macello al mulino dei Leli, su su
fino al bosco della Corderia.
"Eravamo pochi, quella volta, poche case
sparse fra il mare e gli orti. - prosegue Gina - Poi, con
l'estate, arrivavano i forestieri che si erano fatti
costruire ville e villini di vacanza sulla spiaggia e molte
donne del posto, con la stagione, andavano a servizio da
questi signori. Anche io, che pur avevo imparato il mestiere
di sarta, a vent'anni ho iniziato ad andare a servizio
presso le case dei villeggianti. Il turismo aveva già il suo
peso nell'economia modesta delle nostre vite."
La semplicità di quelle vite racconta la
povertà da una prospettiva non umiliante, ma condizione
comune capace di ispirare ben più di oggi la solidarietà. E,
nelle parole di Gina, quella povertà, come un mito, si
riappropria di un significato morale profondo e sulla
ricchezza, in quei ricordi genuini, filtra con gli anni una
considerazione realista: "Ma anche i ricchi non erano
signori. Erano arroganti e trattavano noi umili lavoratori
con la condiscendenza che si presta agli inferiori. Mia
madre diceva spesso questa frase: 'il pane dei ricchi ha
sette croste, l'ultima rompe i denti'. Ma per tanti ricchi
senza signorilità, ce ne erano anche alcuni con belle idee,
propositi importanti per quest'area nascente, generosità e
buon senso.
Dopo
il pioniere Gamberini, che era stato uno di questi e tanto
si era prodigato per il suo 'gioiello' balneare, il secondo
estimatore del luogo era stato il pittore friulano Augusto
Aviano che, da bravo artista si era disegnato il progetto
della propria villa cui nel tempo si erano aggiunte, come si
può ricostruire dalle cartoline dell'epoca, Villa Laura, le
ville Galliani e Strinacchi, e poi quelle di Locatelli,
Rossi, Pozzi, Betti, Pari, quella della Contessa Piccinini,
quella dei Campogrande, la Villa degli Angeli e tante altre
che successivamente, soprattutto negli anni del boom
turistico sono state sostituite da costruzioni più moderne e
certamente meno pregiate, dalle pensioni e dagli alberghetti
che oggi caratterizzano tutta l'area.
"Del tempo della mia infanzia ricordo la
villa dei Masciadri, quella della Contessa Piccinini, che
ancora oggi resta una delle più belle e prestigiose
proprietà della zona ed è al momento in vendita; la Villa
dei Vecchi, nel cui giardino, durante la guerra, era stato
posizionato un cannone. A villa Quartaroli viveva con la
famiglia il dottor Contarini, che aveva la sua Clinica a
Rimini. E per quelle di cui non sapevamo il nome, noi
ragazzi supplivamo con la fantasia. Per esempio mi ricordo
della villa 'dei cani' che chiamavamo così perché ce n'erano
sempre tanti dietro ai suoi cancelli e che una mareggiata ha
completamente spazzato via; o della villa 'degli angeli',
cosiddetta dai fregi che impreziosivano la sua facciata."
Poi ci furono gli anni della guerra. Angelo
Donati, che era stato un antifascista, fu mandato in
Germania a lavorare in una miniera di Essen. "Era la
punizione per non aver voluto prendere la tessera del
partito, - dice Gina- così gli facevano scontare la sua
'ribellione'. Mio padre era un uomo di ideali, serio e
altruista, in un mondo molto difficile e pericoloso. Per
tanta felicità e spensieratezza che avevano accompagnato la
mia infanzia, l'adolescenza fu difficile e dolorosa. -
prosegue - La guerra, è come se fosse finita ieri, i ricordi
sono indelebili, quelle giornate diverse e, per certi versi,
assurde, sono scolpite nella mia memoria con tutte le
persone, i fatti, le situazioni quotidiane più banali, che
però durante la guerra cambiano dimensione, cambiano
prospettiva, importanza. Le cose che fino a poco tempo prima
erano normali, improvvisamente diventavano completamente
diverse: nel nostro campo erano stati posizionati ventidue
cannoni e la nostra casa era stata presa dai tedeschi. Noi
ce ne siamo dovuti andare senza fare tante storie. Siamo
sfollati a Villa Serena che ha una cantina molto grande, a
forma di 'sette'. Da ogni finestra della nostra casa
spuntavano due mitragliatrici. In quel periodo mio padre fu
mandato a casa per un permesso."
Quando, nell'ultimo anno di guerra, il fronte
si spostò sulla Linea Gotica, nella storica e tragica
battaglia che distrusse Rimini, anche le zone nord rimasero
interessate. Di quei giorni Gina ricorda soprattutto la
paura dei bombardamenti.
"Con il bombardamento dal mare è morta l'intera famiglia
Gobbi. - ricorda - Quando suonava l'allarme tutti correvamo
a rintanarci nei rifugi. Mio padre ne aveva costruiti tre,
perché potessero prendervi posto più persone. Li aveva
costruiti raccattando i materiali qua e là. Per completare
l'ultimo, siccome non c'era più niente in giro - nessuno
aveva più niente - aveva utilizzato il legno di un capanno
della spiaggia. Anche mia madre aveva lo stesso altruismo di
mio padre e ricordo che in quel momento così pericoloso, con
i bombardamenti e le ripercussioni dei tedeschi, metteva a
rischio anche la sua vita per aiutare una famiglia in
difficoltà. Si trattava della famiglia del mugnaio. Sua
moglie aveva da poco avuto il terzo figlio e, non potendosi
muovere dal letto, aveva bisogno di qualcuno che la
aiutasse. Mia madre andava da lei ogni giorno, rischiando di
tutto." Il pensiero successivo è velato di amarezza. "Finita
la guerra, non li abbiamo mai più visti o sentiti."
Poi, via i tedeschi, la casa si riempì di
soldati alleati: inglesi, americani, ma soprattutto
polacchi, che, come ricorda Gina, erano gentili e pieni di
attenzioni. "Noi ci eravamo abituati alla loro presenza,
alla fine non ci facevi più caso... si era instaurata una
sorta di amichevole convivenza. Loro erano lontani da casa,
noi eravamo tutti ancora un po' sfasati. Uno degli ultimi ad
andarsene si portò via tutte le nostre fotografie. Chissà
perchè? Però non le abbiamo trovate più."
La vita tornò a poco a poco alla normalità e presto iniziò
la cosiddetta 'ricostruzione'. Per Viserbella e Viserba,
dove non era stato distrutto quasi nulla, si trattò semmai
di una 'costruzione' vera e propria, di uno slancio verso la
ricchezza per come la conosciamo oggi. "Molti, in quel
momento, tentarono la fortuna, - ricorda Gina - con debiti,
impegni, sacrifici e rischi. E bisogna ammettere che, chi ha
rischiato, ce l'ha fatta. - osserva con il realismo che la
contraddistingue - Chi non ha rischiato, però, non l'ha
fatto per paura dei sacrifici, ma per paura di non riuscire
a onorare il debito contratto. E quindi anche coloro che non
hanno 'fatto fortuna' hanno nell'onestà il loro merito.
Nella mia famiglia, per esempio, le persone sono sempre
state semplici, oneste e lavoratrici, non sono mai diventate
ricche, - conclude con un sorriso - ma credo che, nello
spirito, siano sempre state 'signore'.

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