Maurizio Mingardi (Riccio)

Riccio, prodigio su due ruote
Di Marzia Mecozzi

Lo chiamavano ‘prodigio’, ‘Coppi in miniatura’, ‘Mozart del pedale’. I giornali degli anni Cinquanta titolavano col suo nome colonne di entusiastici commenti sportivi, fra iperboli e generale stupore.
Questa è la storia incredibile, ma vera, di un bambino dalla forza straordinaria, che ha frequentato i più grandi della storia del ciclismo, che, sulle sue piccole ruote, ha sfidato le leggi della dinamica e le convenzioni sociali. Maurizio Mingardi, detto ‘Riccio’, a più di sessant’anni da quei giorni memorabili, rivive le imprese, il successo, l’inizio e la fine di una carriera tanto breve quanto intensa ed emozionante.
Lui è stato il più piccolo ‘stayer’ del mondo, all’età di 6/7 anni era in grado di correre ‘dietro motori’ fino a 68 km orari e poi svolgere la sua gara (5 km in pista) alla media dei quarantadue. Erano gli anni Cinquanta, quelli di Coppi e Bartali, al Velodromo Vigorelli di Milano, sul circuito in cemento del Velodromo Benelli di Pesaro, sulla pista in terra battuta del Polisportivo Moretti di Udine, Riccio “sbalordisce gli sportivi del pedale durante gare in cui si cimentano anche i campionissimi. Bartali, Frosio, Ghella…” Maurizio, che è nato a Bologna nel 1944 e ha sempre vissuto a Viserba, sembrava essere nato in bicicletta!
“Mia madre mi ha sempre raccontato che a diciotto mesi, quando camminavo appena, riuscivo a stare in equilibrio sulla mia biciclettina senza le rotelle che di solito usano i bambini piccoli – ricorda Maurizio – segno che c’era in me un legame speciale con questo gioco… Che presto non è più stato un gioco.”
Fra i tanti ritagli dei giornali di allora, gelosamente conservati e raccolti in un vecchio album di pelle marrone, si legge: “la fama di ‘Riccio’ ha ormai da tempo varcato i confini e ogni giorno al settenne campione destinato, a detta dei tecnici, ad oscurare presto la celebrità dei Coppi e dei Bartali, arrivano lettere da ogni paese del mondo, persino dall’Australia e dall’America. In questi giorni ha scritto a Riccio anche il patron del Giro di Francia, ‘monsieur’ Goddet, onorato di averlo al tour come mascotte.” Tutti i proventi delle partecipazioni, come si legge a chiare lettere nei sottotitoli degli articoli, venivano devolute in beneficenza ai bambini poveri, ai mutilati, alle varie associazioni benefiche, perché – dichiarava papà Guerrino – il mio figlioletto non intende arricchirsi con questo dono di natura elargito dal buon Dio. Le manifestazioni se lo contendono, le riviste gli dedicano copertine, posa per reclame e servizi fotografici.
Nonostante ciò l’UVI (Unione Velocipedistica Italiana) non gli permise mai di entrare a far parte della federazione e anzi squalificò a vita il suo allenatore per aver fatto esibire in pubblico, a scopo di lucro, un bambino dal fisico non ancora temprato a sforzi del genere. Al veto di far correre ragazzi che non avessero ancora raggiunto la maturità fisica, si aggiungeva l’avvallo della Federazione Italiana dei Medici Sportivi. Si levarono proteste da ogni parte del globo, l’opinione pubblica si divise fra coloro che giudicavano immorale fare di un bimbo così piccolo un ‘fenomeno’ per il divertimento del pubblico e coloro che ritenevano giusto dare al ‘Mozart del pedale’ la possibilità di esibirsi, dato che lui era felice e orgoglioso di farlo. “Ero sotto controllo dei medici
costantemente e devo dire che non ci sono mai stati problemi di nessun tipo. – dichiara Maurizio – Il mio fisico rispondeva con facilità all’allenamento e lo sforzo della gara non mi ha mai provocato disturbi.” L’allenamento consisteva nel farsi ottanta chilometri al giorno, nell’entroterra romagnolo, con il suo allenatore Scandellari, gruppi di dilettanti e persino con il famoso Vito Ortelli. A volte, di ritorno dai lunghi percorsi sulle non facili strade della Romagna, Vito se lo caricava sul cannone trascinandosi dietro anche la sua biciclettina! Fra i principali sostenitori del campioncino ci fu il noto allenatore meccanico di Elia Frosio, il belga Van Ingelgen. Questi, sollecitato da alcune case industriali milanesi, un giorno decise di mettere alla prova il piccolo fenomeno. Si legge che “per nulla turbato dal nome altisonante del suo famoso compagno di coppia, il pulcino del ciclismo italiano si pose con la ruota alla macchina del mezzo pilotato dal campione e cominciò a mulinare le gambe. Dice ancora oggi (maggio 1952) Van Ingelgen che quel pomeriggio trascorso insieme a Riccio sulla pista del Vigorelli resta per lui come uno degli episodi più incredibili della sua carriera, indimenticabile. Ripete di essere rimasto letteralmente stupefatto dalla temerarietà del piccolo che egli giudicò fin da quel momento in grado di disputare prove contro chiunque… “ Anche i grandissimi tifavano per lui e chi lo conosceva era pronto a giurare che svolgesse le sue performance senza esagerare, che, semplicemente, fosse straordinariamente dotato e quindi diverso da qualsiasi coetaneo. Costante Girardengo, interpellato su Riccio rispondeva “il ragazzo ha tutti i numeri per diventare un grande campione”. Antonio Bevilacqua paragonava il suo stile a quello di Alfredo Binda, campione del giro di quell’anno, e nella collezione di ritratti autografati anche gli indimenticabili Fausto Coppi, Gino Bartali, Elia Frosio, Mario Ghella… lo salutavano ‘con amicizia’.
Poi, così com’era iniziata, la storia finì. Ma come finì? Per via della squalifica? “No, finì il giorno che morì mio babbo. – dice Maurizio – Ero troppo piccolo per essere preso sotto tutela da qualche allenatore, c’erano polemiche con la federazione ciclistica, con quella dei medici sportivi… era una strada in salita. E poi, succede così, entrare nel ‘giro’ è difficile, uscire facilissimo, basta non partecipare più e in poco tempo ti dimenticano.
Rammarico? “No, non ricordo rammarico, né nostalgia, né desiderio di tornare a quella vita. Forse avevo finalmente bisogno di tanto riposo e di giochi veri, coi miei coetanei, in strada a sfidarsi ai quattro cantoni. Basta bicicletta! E non ci ho ripensato più. Il mio sport della maturità è stato il tiro al piattello, in cui ho vinto tante gare e mi sono distinto come tiratore… Insomma, sono uno che quando si impegna lo fa per vincere!”

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