Un
lavoro che oggi resta confinato nei recinti
degli ippodromi o in grandi allevamenti di
cavalli è quello del maniscalco.
Ancora negli anni ’20 a
Rimini erano attivi ben 6 maniscalchi, e nei
giorni di mercato erano tutti sovraccarichi
di lavoro : anche i contadini vi si
fermavano perché magari nel viaggio verso la
città il loro somaro aveva perduto un ferro
che doveva essere riattaccato o farlo nuovo.
Nella buona stagione
lavoravano all’aperto, nello spazio davanti
alla bottega , riparandosi invece
nell’interno durante l’inverno o nei giorni
di pioggia. Cavalli, muli e asini erano le
bestie più frequenti ma anche i bovini
dovevano essere ferrati, operazione questa
di inferiore qualità; bastava preparare
delle semplici piastre di ferro a mezzaluna
da applicare sotto lo zoccolo fesso di
vacche e buoi.
Invece gli zoccoli di
cavalli e asini avevano ognuno la loro
particolare forma e grandezza e il “fradòr”
doveva preparare i ferri della giusta misura
e inchiodarli con certi lunghi chiodi di
ferro dolce che facevano sporgere
lateralmente e poi ribattuti con cura.
Ci sono molte credenze popolari legate al
ferro di cavallo usato, perduto per strada e
trovato casualmente. Inchiodare un ferro di
cavallo o appenderlo a una parete di casa si
crede porti fortuna e che sia un utile
amuleto contro il malocchio,ancora meglio se
viene decorato con un nastro rosso.
Pubblicato da Giovanna
Gobbi-La campagna appena ieri.
venerdì 11 marzo 2011