archivio de "la Campagna appena ieri"...
La bicicletta  
Le "conserve neviere"
Il ferratore di cavalli
La leva obbligatoria nell' Italia unita
Il Lagotto Romagnolo
Il solstizio e la festa di San Giovanni Battista
Canta la cicala.......
Antichi mestieri: il cordaio.
 
 
 
LA BICICLETTA

 

 

 

 

Estate, la stagione più bella per un giro in bicicletta.
E in nessun altro posto come in Emilia- Romagna la bicicletta ha conosciuto tanta popolarità fin da subito, a tal punto che negli anni Trenta la regione detiene il primato nazionale di diffusione del mezzo, in rapporto alla popolazione. Nel 1926 circolano nel nostro Paese 2.900.000 biciclette registrate ( si pagava la tassa di circolazione): allora una buona bici di marca costava 290 lire ,un operaio specializzato aveva una paga di 70 lire, un litro di latte costava 1 lira ,il giornale 25 cent.

Non era facile potersela comprare , occorrevano molti sacrifici, ma possedere una bicicletta negli anni a cavallo fra le due guerre era il raggiungimento di qualcosa di importante . Specialmente per operai, contadini e impiegati che potevano spostarsi più velocemente dall’abitazione al posto di lavoro o ai campi da coltivare e allargava la possibilità di trovare occupazione in posti prima considerati troppo lontani.
Un mio prozio, da giovane ,negli anni Trenta,lavorò tutta un’estate come cuoco in uno dei primi alberghi di Viserba per mettere da parte i soldi per comprarne una usata , ma poi la poteva sfoggiare in paese e pavoneggiarsi con le ragazze.

E chi può dimenticare il film “Ladri di biciclette “ nel quale il protagonista cerca di rubarne una perché era il requisito principale per ottenere un lavoro….  La bicicletta divenne, infine, anche strumento di propaganda politica. E’ infatti a Imola che nel 1913 viene fondata la “Federazione nazionale ciclisti rossi” che ,recita lo statuto ,deve “mettere al passo “ coi tempi della modernità la propaganda politica e far arrivare, in definitiva il verbo socialista anche nelle più sperdute frazioni di campagna. A quei tempi si pedalava perlopiù su strade bianche , imbrecciate alla buona e piene di buche e non di rado si cadeva e ci si sbucciavano le ginocchia.
Nel tempo libero i ragazzi che possedevano una bicicletta portavano in giro , al mare o al cinema le morose sedute sul “cannone”, come testimoniano le tante foto di allora. E infine nei paesi ,nonostante il traffico quasi assente ,le mamme non mancavano di ammonire i figli che uscivano a giocare per strada a stare attenti alle biciclette e a non finirci sotto…(sta atenti al biciclèti !)

Pubblicato da Giovanna Gobbi su lacampagnappenaieri.blogspot.com

 

Le conserve "neviere"

 

 

 

 

Un tempo non c’erano frigoriferi e celle refrigeranti per conservare la carne e i materiali deperibili, così la maggior parte dei paesi si fabbricava una “conserva”neviera adatta a questo scopo.
Era una specie di grotta sotterranea ,nella quale si entrava da una galleria in fondo alla quale si apriva una porta che dava su un grande vano a forma di salvadanaio.
A San Mauro la conserva la chiamavano “La Muntilaza”, perché formava un piccolo rialzo nel terreno , ricoperto da un boschetto di marruche, i “marugheun”.
Secondo la descrizione del macellaio Ezio Maioli,che vi conservava gli animali macellati, questa conserva aveva le pareti di pietra e il soffitto a cupola con un anello al quale si attaccava il paranco per far salire e scendere i pezzi grossi di carne.
L’altezza del vano era di 4 metri circa, l’ampiezza di 20 e conteneva fino a 200 birocci di neve.
Tutti gli anni si sperava che nevicasse abbastanza per riempirla di neve o ghiaccio, quest’ultimo trasportato dai birocciai dalle valli del Ravennate, altrimenti la neve si portava giù nei sacchi dal monte Carpegna sui carri trainati dai buoi , e non poche volte arrivava sciolta e inutilizzabile.
L’inverno tra il 1903-1904 fu così mite che non nevicò e diversi paesi dovettero andare a prendere la neve a San Marino pagando 5 lire per ogni carro ,causando un esborso notevole per le finanze comunali.
La neve veniva subito messa nella conserva e ben battuta in modo da formare come una chiocciola intorno alle pareti , poi la si copriva con un’erba , l’”Erba Brujòina” che veniva raccolta nelle Valli di Comacchio e sopra , coperta da teli ,si metteva la carne macellata.
La neve in questo modo si poteva mantenere per tutta l’estate fino alla fine di settembre e a mano a mano che si scioglieva l’acqua che si formava veniva raccolta nel fondo fatto a fiasca e tramite una botola scaricata in una fossa esterna.
E ogni inverno si ricominciava……

Pubblicato da Giovanna Gobbi-La campagna appena ieri.  Lunedì 14 febbraio 2011

 

IL "FERRATORE "DI CAVALLI

Un lavoro che oggi resta confinato nei recinti degli ippodromi o in grandi allevamenti di cavalli è quello del maniscalco. Ancora negli anni ’20 a Rimini erano attivi ben 6 maniscalchi, e nei giorni di mercato erano tutti sovraccarichi di lavoro : anche i contadini vi si fermavano perché magari nel viaggio verso la città il loro somaro aveva perduto un ferro che doveva essere riattaccato o farlo nuovo.

Nella buona stagione lavoravano all’aperto, nello spazio davanti alla bottega , riparandosi invece nell’interno durante l’inverno o nei giorni di pioggia. Cavalli, muli e asini erano le bestie più frequenti ma anche i bovini dovevano essere ferrati, operazione questa di inferiore qualità; bastava preparare delle semplici piastre di ferro a mezzaluna da applicare sotto lo zoccolo fesso di vacche e buoi.

Invece gli zoccoli di cavalli e asini avevano ognuno la loro particolare forma e grandezza e il “fradòr” doveva preparare i ferri della giusta misura e inchiodarli con certi lunghi chiodi di ferro dolce che facevano sporgere lateralmente e poi ribattuti con cura. Ci sono molte credenze popolari legate al ferro di cavallo usato, perduto per strada e trovato casualmente.

Inchiodare un ferro di cavallo o appenderlo a una parete di casa si crede porti fortuna e che sia un utile amuleto contro il malocchio,ancora meglio se viene decorato con un nastro rosso.

Pubblicato da Giovanna Gobbi (http://lacampagnappenaieri.blogspot.com)

 

LA LEVA OBBLIGATORIA DELL'ITALIA UNITA.

 

 

 

La prima leva del nuovo Stato italiano fu indetta nelle Romagne nel 1860: il 30 giugno il governo ottenne dal parlamento l’autorizzazione a effettuare la leva sui nati nel 1839, oltre che nelle “vecchie province”, anche in quelle romagnole appena annesse. Dato che sotto la dominazione pontificia non ne andavano soggetti, la coscrizione fu un fenomeno subito mal tollerato e causò una rilevante e perdurante renitenza, soprattutto nei primi anni postunitari.

Dato che vi era un soprannumero di giovani, il sistema di reclutamento era basato sul sorteggio tra tutti quelli che avevano compiuto i 21 anni e dichiarati idonei alla leva; tra questi solo una parte intraprendeva il servizio militare, gli altri, ugualmente idonei ma destinati alla seconda categoria, entravano nella riserva.

La durata della ferma, per gli arruolati nella prima categoria, era di undici anni, di cui cinque in servizio attivo e sei di congedo illimitato. Per i più fortunati appartenenti alla riserva invece , il congedo arrivava subito, dopo soltanto quaranta giorni di addestramento sommario. Una ferma minima di cinque anni era una tragedia soprattutto per le famiglie contadine che vedevano portarsi via braccia robuste al lavoro dei campi: nelle prime tre leve effettuate nel Forlivese, su un totale di 884 renitenti,ben 543 erano coloni o braccianti, molti dei quali si davano al brigantaggio. Sempre nelle prime tre leve la percentuale dei disertori oscillò tra il 30 e il 50 per cento, toccando punte del 75 per cento nel Riminese.

E come sempre i poveri non avevano via d’uscita:o la coscrizione, o, in caso di diserzione, la prigione fino a due anni e altri due anni di ferma supplementare. Invece chi se lo poteva permettere, per legge poteva farsi sostituire dietro pagamento di una somma da un altro coscritto, che faceva il servizio militare al suo posto. Per i giovani del popolo non restava altro che o la diserzione, o simulare malattie o i tanti episodi di autolesionismo come la mutilazioni di dita dei piedi e delle mani o altre menomazioni.

Nei registri di leva di quegli anni,conservati nell’archivio del mio paese, ho rintracciato un mio avo, Domenico Benedetto ,babbo del mio bisnonno, della leva del 1845 ,che passa la visita per la coscrizione dell'anno 1866. Accanto al suo nome poche note: professione colono, altezza mt. 1.65, riformato a “causa di una cattiva conformazione del torace”. Penso con quanta gioia sia tornato a casa dai suoi, nel podere a mezzadria della grande Tenuta Torlonia, dai suoi genitori che avevano visto morire almeno sette figli e solo lui era sopravvissuto insieme a una sorella, lui che era nato quando suo padre aveva ormai 46 anni e per non dover lasciare il podere aveva dovuto assumere dei garzoni, uno dei quali poi diventerà il cognato di Domenico.
Uomini e vicende del tempo dell’Unità d’Italia……

Pubblicato da Giovanna Gobbi (http://lacampagnappenaieri.blogspot.com)

 

Il Lagotto Romagnolo.

Il Lagotto Romagnolo “rinasce” soltanto nel 1995,nonostante su cani di questo tipo esistano testimonianze risalenti al 1400, quando viene riconosciuto ufficialmente come tredicesima razza italiana, attribuendogli la denominazione di “cane da Tartufi”. 

Descritto come aspro e ricciuto, ma anche giocoso, il Lagotto nasce come cane da riporto nella caccia in palude e in generale in ambienti acquatici.

La bonifica della pianura Padana , sua area d’origine, pone fine nel tempo alla caccia in palude e il Lagotto sopravvive trasformandosi in un appezzato cane da tartufi.

Per questa attività serve un fiuto eccezionale , ma anche una notevole predisposizione all’ apprendimento e una grande capacità di lavoro in coppia con l’uomo, tutte qualità che nel Lagotto sono innate.

Ha inoltre un carattere curioso, è tranquillo ma non per questo distratto, segnala per tempo l’arrivo di estranei, siano persone o animali, e si affeziona a tutti i componenti della famiglia ma soprattutto ai bambini.

E’ in sostanza un ottimo compagno, divertente e di carattere allegro e soffre di solitudine se lo si lascia solo troppo a lungo, anche se preferisce avere in casa un angolino riservato per i suoi momenti di riposo.

Pubblicato da Giovanna Gobbi (http://lacampagnappenaieri.blogspot.com)

Vuoi saperne di più sul LAGOTTO ROMAGNOLO? visita il sito: www.ilgranaiodeimalatesta.it

 

 

Il solstizio e la festa di San Giovanni Battista

 

Giugno è il mese del Solstizio d’estate, quando il dì è più lungo della notte.
Il Solstizio d’Estate è stato un giorno dell’anno importantissimo per tutte le civiltà del passato: è il giorno di massima luce solare e per questo è rimasto nell’immaginario popolare un giorno “magico”, accompagnato da strane apparizioni, come folletti, maghi e streghe .
Le feste solstiziali hanno il loro culmine il 24 giugno , giorno nel quale il sole, “Lucerna del mondo”, come lo definisce Dante, inizia a declinare.
Il 24 giugno cade la festa di San Giovanni Battista, 6 mesi esatti dopo la prima grande festa cristiana del natale di Gesù, che segna l’altro solstizio, quello invernale.
Questo giorno, che gli inglesi chiamano “Midsummerday”,giorno di mezza estate,è il giorno propizio alla raccolta delle erbe dalle proprietà curative e salutari ,come se in questo giorno potesse confluire la massima potenza del Sole, fonte di calore e vita.
Un tempo, durante la notte di San Giovanni ,si pensava che le streghe si dessero convegno per i loro orrendi propositi ,e, nelle campagne, si cercava di evitare di incontrare qualcuna di queste sconsiderate e si mettevano in atto scongiuri perché non entrassero in casa.
Il rimedio più sicuro ,era mettersi in tasca o all’occhiello o davanti all’uscio,le cosiddette “Erbe di San Giovanni”, come l’iperico, la ruta, l’aglio e l’artemisia.
L’iperico,soprannominato anche “cacciadiavoli” è l’erba di San Giovanni per antonomasia.
Ma soprattutto la notte di San Giovanni è favorevole per la raccolta delle erbe della buona salute, come la salvia e tutte le mente,, che, insieme all’alloro giovanneo,combattono influenza e mal di pancia dei bambini.
A questa magica notte è collegato anche un albero dal cui frutto si ricava un liquore tipico della pianura Padana: il nocino.
Secondo la tradizione , le noci si staccano ancora verdi e si tagliano con una falce o una lama di legno, mai di metallo, così che l’infuso possa conservare le sue proprietà magiche e digestive.
Pubblicato da Giovanna Gobbi
 

 

Canta la cicala.......

La Zghèla la n’chenta miga, se San Zvan e San Pir in la stuziga”.

Perché la cicala canti, ha bisogno di essere stimolata dal caldo di giugno, ma è luglio il centro del suo lavoro.
Sulla cicala i contadini cantavano con dolore la loro vita di stenti e di fatica:
In piena estate, dalla tarda mattina fino a quando il sole calava, tra le piante dell’aia e in quelle dei campi, si sentiva la cicala con il suo monotono canto.
Erano miriadi, che portavano il loro ronzio nelle silenziose campagne e nelle corti delle case coloniche.
Però il suo canto diventava di troppo per chi andava a riposare nelle ore più calde dopo il pranzo di mezzogiorno ,e per chi era stanco e aveva sonno.
La moltitudine delle cicale era un coro molto disturbatore, ma anche molto allegro.
Si riunivano quasi sempre negli alberi poco distante alle case, perché era più facile trovare acqua per dissetarsi nelle vasche o nelle pozzanghere.
Sulla cicala dalla vita corta, di tre giorni, chiamata in campagna “dai-dai,hanno scritto in molti favole, poesie e cantilene, una delle quali,di origine contadina recita così:

“La chènta la zghèla : taja, taja! E’ grèn a e’padròn, a e’ cuntadèn la paja,
La chenta la zghèla a e’ zgalèn, e’ grèn a e’ padron , la paja a e’cuntadèn.
 

 

Antichi mestieri: il cordaio.

 

 

Un tempo, quasi in ogni paese del nostro circondario,vi era uno o più fabbricanti di corde, mestiere che a San Mauro è sopravvissuto fin dopo la seconda guerra mondiale.
Le nostre erano terre in cui di coltivava molta canapa, e perciò la materia prima era a portata di mano.
La fibra più grezza,ricavata dalla “pettinatura” dei fasci di canapa,era usata appunto per realizzare le funi, operazione che richiedeva pochi attrezzi rudimentali e uno spazio all’aperto in cui lavorare.
Nel mondo contadino si lavoravano le corde per uso familiare, ma il lavoro del cordaio era un vero e proprio mestiere, tanto che a san Mauro ve ne erano addirittura tre, a fare questo lavoro.
Il procedimento per fabbricare le corde consisteva in poche operazioni di base.
Dapprima bisognava realizzare singole cordicelle : una persona cominciava a legare a una ruota le filacce di un mazzo di fibre grezze e mentre indietreggiava,un’altra girava la manovella in modo che le filacce arrotolandosi prendevano la forma cordicella.
Successivamente ,diverse di queste cordicelle , generalmente tre,venivano unite ad un robusto gancio girevole e si ripeteva il procedimento, usando una ruota più robusta, per ottenere la torcitura e la formazione delle corde, alcune anche molto lunghe e di grande spessore.
Una volta intrecciate e fermate, le corde venivano spesso ammorbidite con del grasso di maiale e poi avvolte in rotoli o matasse.
Il cordaio aveva una sua bottega dove vendeva spaghi, corde e altri attrezzi,ma era uno di quei lavori che si faceva all’aperto, lungo una strada o un campo oppure lungo l’argine dei fiumi, in quanto occorreva molto spazio in lunghezza e un luogo sterrato dove conficcare le forche che servivano a sostenere le corde da terra e tenerle ben tese, in modo che non si formassero irregolarità non volute.
 
   

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