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Eccoli: Rolando, Neri, Italo e gli altri. Sorridenti e
orgogliosi, coi capelli bianchi che mettono in evidenza
l'abbronzatura, i calzoni rimboccati, la cintura col crocco
stretta in vita e le lunghe reti da tirare in gruppo
nell’ondeggiare ritmico scandito da una voce che li guida.
Sono solo alcuni dei bravi nonni, esponenti storici della
marineria viserbese, che mercoledì pomeriggio, dalle
15, hanno regalato un sipario sul passato mettendo in scena
sulla spiaggia dei bagni 37 e 38 di Viserba la tipica pesca
“alla tratta”, metodo in uso fino a una cinquantina di anni
fa e poi non più permesso. Spettacolo offerto ai turisti ma,
soprattutto, ai propri nipotini.
In collaborazione con l’associazione Pro Loco del Ghetto
Turco e grazie alla speciale autorizzazione della
Capitaneria di Porto, la rievocazione rientra in un progetto
educativo che nei mesi scorsi ha visto protagonisti i
bambini della scuola materna di Viserba. Le maestre (fra cui
la nostra socia Donatella Maltoni) li hanno guidati alla
scoperta delle tradizioni locali attraverso i racconti di
nonne e nonni, che hanno partecipato con gioia portando la
loro voce e la memoria.
E quindi mercoledì, sulla spiaggia, i nonni pescatori
mostreranno dal vivo quanto raccontato a scuola. Poi,
invitando anche gli adulti, offriranno una merenda davvero
speciale, cucinando il pescato col vecchio metodo degli
spiedi ritti sulla sabbia.
L’Ippocampo, naturalmente, c'è!
articolo di Maria Cristina
Muccioli |
E, per
ricordare com’era la tratta viserbese, ecco un racconto di
Elio Biagini.
Racconti viserbesi
La pesca alla tratta
di Elio Biagini (da "Così si viveva a
Viserba e dintorni”, stampato in proprio, 2001)
Ricordo la tipica
figura di Nandi, che ha passato tutta la vita facendo il
marinaio e passeggiando tutti i giorni dalla Fossa dei
Mulini o verso Viserbella oppure verso Rivabella. Conosceva
il mare più che la sua casa e sapeva dire con precisione le
previsioni del tempo. La sera si partiva con la batana per
andare “a tratta”: una tipica pesca che si faceva calando in
mare prima tre o quattro “reste” di corda circa duecento
metri, poi a semicerchio si calavano altri duecento metri di
rete, quindi si tornava a riva calando altra corda. Finita
la calata si agganciavano le due estremità della corda, alla
quale erano attaccate sette persone, con una specie di
cintura chiamata “e’ croc”, e lentamente si tirava la rete a
riva sperando sempre di fare una buona pesca. Quando la rete
era a riva e il pesce era nella sacca i più anziani avevano
il compito della cernita; questa avveniva perché in mezzo al
pesce c’erano tante alghe, granchi, la palazzola, che
bisognava scartare. Dietro a ogni marinaio c’era sempre la
vecchietta che raccoglieva lo scarto. I marinai più giovani
erano addetti al carico della rete sulla batana. E, finita
l’operazione, un’altra mano…
Quando si partiva dalla Fossa dei Mulini Nandi, che aveva
una gamba rigida e non partecipava alla pesca, impartiva
ordini. Ai suoi figli, Mario e Terzo, diceva quante tirate
si dovevano fare, per non trovarsi in mare quando si alzava
il vento di tramontana o di furiano. Se non si ascoltavano
gli ordini di Nandi c’era caso di trovarsi in mezzo al mare
in burrasca e dover tirare la barca con la rete a riva
facendo tanta fatica. Finita l’operazione si tornava a casa
a piedi, facendo tanti chilometri con pioggia e vento e il
mare che muggiva come un toro infuriato. |