Racconti viserbesi
 

Il “nevone” del’29

di Elio Biagini (da "Così si viveva a Viserba e dintorni”, stampato in proprio, 2001)

Ricordo il terribile inverno 1928-29, chiamato l’anno del nevone, perché di neve ne ha fatta che mai dimenticheremo. Abitavo allora in via Piacenza, mio babbo era il custode della villa del Leone ora albergo Tre Sirene. Questa bellissima villa apparteneva ad un ingegnere della provincia di Mantova che era venuto ad abitare a Viserba e per custode aveva scelto mio padre (perciò siamo andati ad abitare nella villa). Mia madre faceva la donna tuttofare, perciò era occupata tutto il giorno presso tale famiglia.

Quell’inverno i proprietari della villa sono tornati nella loro città e noi siamo rimasti soli in quella grande casa. Il freddo era tanto, la neve è caduta ininterrottamente per diversi giorni. Le provviste di legna fatte per l’inverno si erano esaurite in fretta. Si cercava di fare economia, ma il freddo era tanto che la legna spariva in un attimo e la casa si raffreddava subito.

Il mese di febbraio 1929 siamo stati coperti da tanta, tanta neve, da raggiungere, ricordo oltre i due metri. Eravamo sommersi da montagne di neve, La notte un silenzio di tomba, il cielo, plumbeo, non faceva altro che riversare neve. Il mio babbo quando il tempo permetteva e il mare era calmo, di sera partiva con un cesto i vimini (la “caparola”, una sacca di rete con un lunghissimo manico), una lanterna ad olio con un paio di zoccoli di legno ai piedi (avere gli stivali era un lusso). Si dirigeva a marina per raccogliere il pesce che veniva di caduta. La battigia era una lastra di ghiaccio, l’onda si infrangeva contro tale lastra e il freddo era tale che il lastrone di ghiaccio aumentava a vista d’occhio. In mezzo a questo paesaggio polare mio padre, con la sua caparola, pescava il pesce che moriva dal freddo.

Maria Cristina Muccioli 

   

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