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L'Isola delle
Rose (in esperanto Insulo de la Rozoj) fu una
piattaforma artificiale nel mare Adriatico (
11,612 km al largo
di Rimini, 44°10′49″N12°37′20″E[1]), 500 m al di
fuori delle acque territoriali italiane, che nel
1968 venne proclamata dal suo fondatore,
l'ingegnere bolognese Giorgio Rosa, Stato
sovrano.
L'esperienza dell'autoproclamata Repubblica
Esperantista dell'Isola delle Rose durò poche
settimane, durante l'estate dello stesso anno.
L'entità che si voleva costituire sulla
piattaforma artificiale prese il nome, in lingua
esperanto, di Libera Teritorio de la Insulo de
la Rozoj (in italiano Libero Territorio
dell'Isola delle Rose), trasformatosi poi in Esperanta
Respubliko de la Insulo de la Rozoj (Repubblica
Esperantista dell'Isola delle Rose).
Si ritiene che il termine Rozoj (in
italiano rose) venne mutuato dal cognome di
Giorgio Rosa, progettista e costruttore della
piattaforma artificiale, nonché ideatore ed
ispiratore dell'entità statale, oltre che dalla
sua volontà di «veder fiorire le rose sul
mare».[2]
La piattaforma
sorse a 6,27 nmi (11,612 km) al largo della
costa italiana, in prossimità di Torre Pedrera,
nel comune di Rimini, dunque a 500 metri al di
fuori delle acque territoriali italiane[3].
L'Isola confinava esclusivamente con acque
internazionali, a eccezione del lato sud-ovest
dove avevano limite le acque territoriali
italiane. La superficie dell'Isola delle Rose
era di 400 m² (0,0004 km²), mentre quella delle
sue "acque territoriali" di 62,54 km².
Attualmente in posizione simile a circa 16 km
dalla costa si trovano le piattaforme metanifere
dell'Agip "Azalea A" (44°10′16″N 12°42′52″E) e
"Azalea B" (44°9′50″N 12°43′12″E)[4].
"Far crescere le rose sul mare"
L'Isola delle
Rose si era data un "governo", formato da
una Presidenza del Consiglio dei Dipartimenti e
da cinque Dipartimenti, suddivisi
in Divisioni e Uffici. Vi era il Dipartimento
Presidenza, con a capo Antonio Malossi;
il Dipartimento Finanze, presieduto da Maria
Alvergna; il Dipartimento Affari Interni, con a
capo Carlo Chierici; il Dipartimento
dell'Industria e del Commercio, capeggiato
da Luciano Marchetti; il Dipartimento delle
Relazioni, con a capo l'avvocato Luciano Molè;
infine il Dipartimento degli Affari Esteri aveva
al vertice Cesarina Mezzini.
L'Isola delle
Rose adottò uno stemma rappresentante
tre rose rosse, con gambo verde fogliato,
raccolte sul campo bianco di uno scudo
sannitico, così come descritto dalla
Costituzione. Da notare che lo stemma fu
riprodotto sul bordo superiore dei foglietti
filatelici e riprendeva gli stessi colori
(verde, bianco e rosso) della bandiera italiana,
ma, invece di rappresentare quattro rose
raccolte a bouquet, ne riportava solo tre.
Venne istituita anche una bandiera di colore
arancione caricata al centro dello stemma
repubblicano. Inoltre fu adottato come "inno" Steuermann!
Laß die Wacht! (in italiano Timoniere! Smonta di
guardia!), cioè il Chor der Norwegischen
Matrosen dalla prima scena del terzo atto
de L'Olandese volante di Richard Wagner.
L'Isola delle
Rose adottò come propria "lingua ufficiale"
l'esperanto, per sancire nettamente la propria
sovranità ed indipendenza dalla Repubblica
Italiana, nonché per ribadire il carattere
internazionale della nuova Repubblica.
Rosa non era un esperantista e la scelta
dell'esperanto come lingua ufficiale gli fu
consigliata da un esperantista bolognese, il
padre francescano Albino Ciccanti, attivissimo
a Rimini.
Si ricorda che dal 18 al 23 settembre 1965 si
svolse a Rimini il 36º Congresso Nazionale della
FEI, la Federazione Esperantista Italiana.
Questo evento dovette essere la molla
comunicativa per la scelta (orientata da un
attento marketing) dell'esperanto.
L'unico altro esempio di adozione dell'esperanto
come lingua ufficiale di una nazione di fantasia
si ebbe con il progetto di adozione per il
"Territorio Libero di Moresnet", che si sarebbe
dovuto trasformare nello "Stato Esperantista
Indipendente di Amikejo".
L'Isola delle
Rose si dotò di una divisa monetaria per i
francobolli: il "Mill" (al plurale "Mills"), che
fu tradotto in esperanto come Milo (al
pluraleMiloj).
Il valore del Mill, all'epoca, doveva essere
corrispondente a quello della lira italiana, con
un cambio 1:1, alla pari: il minor valore di
francobolli per posta ordinaria era di 30 Mills
quando in Italia era di 30 lire, e i foglietti
con 10 valori da 30 Mills, equivalenti quindi a
300 Mills, erano venduti a 300 lire, mentre i
singoli francobolli da 30 Mills affrancati su
busta e annullati con timbro e data a 150 lire.
Doveva esserci anche un valore "Ros",
equivalente a 100 Mills/Miloj e, quindi, a 100
lire. Ma questa divisa per le monete non fu mai
attuata.
L'Isola delle Rose non "emise" mai, in conio e
stampa, monete e cartamonete, anche se c'era
l'intenzione di battere monete metalliche
commemorative.
L'Isola delle
Rose "emise" un certo numero di francobolli (due
serie in cinque emissioni)
1° SERIE / 1° EMISSIONE (presumibilmente
dal 1º maggio 1968 al 25 giugno 1968): 1 valore
da 30 Mills, con l'emittente in lingua
esperantoPosto de la L.T. de la Insulo de la
Rozoj (Posta del L.T. dell'Isola delle Rose),
rappresentante la piattaforma e la posizione
geografica dell'isola;
1° SERIE /
2° EMISSIONE (presumibilmente dal 1º maggio
1968 al 25 giugno 1968): 1 valore da 30 Mills.
Uguale alla prima emissione ma con una sbafatura
su "L.T";
1° SERIE /
3° EMISSIONE (presumibilmente dal 25 giugno
1968 all'11 febbraio 1969): furono usati
francobolli della 1ª Serie / 1° e 2° Emissione,
sovraimpressi al centro di ogni francobollo con
un timbro a mano quadrato di gomma, con
inchiostro nero, con la dicitura in
esperanto Milita Itala Okupado (Occupazione
Militare Italiana);
1° SERIE /
4° EMISSIONE (presumibilmente dal 25 giugno
1968 all'11 febbraio 1969): il Timbro diventa
Circolare;
2° SERIE /
5° EMISSIONE (presumibilmente dall'11
febbraio 1969): 3 valori da 30, 60 e 120 Miloj (in esperanto),
con l'emittente in lingua esperanto Poŝto
Esperanta Respubliko Insulo Rozoj (Posta
Repubblica Esperantista Isola Rose) - in esilio
- rappresentante l'esplosione dell'isola, con un
motoscafo battente una bandiera rossa, con una
fascetta nera di lutto e la dicitura in latino Hostium
rabies diruit opus non ideam[5] (La violenza del
nemico distrusse l'opera non l'idea), la stampa
risulta essere un po' sfocata.
Della 1° e
della 2° Emissione furono emessi circa 5.000
esemplari, di cui venduti circa un migliaio.
Della 3° e della 4° Emissione furono
sovrastampati circa un centinaio di esemplari.
Della 5° Emissione furono emessi
complessivamente circa 1.500 esemplari.
I francobolli dell'Isola delle Rose erano
stampati su carta filigranata e gommata in
foglietti da 10 valori (2 righe da 5 valori)
l'uno.
L'annullo postale aveva l'iscrizione Verda
Haveno (Porto Verde): Verda = "verde", è il colore
tradizionale che il movimento esperantista ha
assunto come proprio, poiché esso è simbolo di
speranza; Haveno = "porto", indica l'approdo che la
piattaforma realmente fungeva a oltre
10 chilometri dalla costa.
L'Ufficio Postale aveva sede in Via Georges
Bizet n. 3 sull'Isola delle Rose.
Francobolli delle quattro
emissioni dell'Isola delle Rose.
Foglietto di francobolli della 1°
emissione dell'Isola delle Rose.
L'Isola delle Rose in
costruzione.
La creazione della base:
nel 1958 l'ingegnere bolognese Giorgio Rosa
(n. 1925) pensò di costruire un telaio di tubi
in acciaio ben saldati a terra, da trasportare in
galleggiamento fino al punto prescelto (fuori dalle
acque territoriali italiane) ed installarlo. Si
costituì dunque la SPIC (Società Sperimentale per
Iniezioni di Cemento), con presidente Gabriella
Chierici, moglie dell'ingegnere e direttore tecnico.
La prima ispezione del punto prescelto, al largo
di Rimini, a circa 11,5 km dalla linea di costa,
avvenne tra il 15 luglio ed il 16 luglio 1958,
utilizzando un sestante ed allineandosi con il faro
del grattacielo di Rimini.
Giorgio Rosa ipotizzò per la posa della sua isola di
alzare il basso fondale marino con un sistema di
dragaggio della sabbia trattenuta da alghe. I
sopralluoghi avvennero utilizzando un natante,
costruito in acciaio e propulso con un motore di
una Fiat 500, e proseguirono per tutta l'estate
del 1960, con frequenza bisettimanale, avendo come
base un capanno sul molo di Rimini.
Nell'estate
del 1962 però, per problemi tecnici e
finanziari, l'impresa si bloccò; inoltre
nell'ottobre dello stesso anno fu intimato dalle
autorità italiane di rimuovere qualsiasi
ostacolo alla navigazione.
Il 30 maggio 1964 furono contattate
le Capitanerie di Porto di
Rimini, Ravenna e Pesaro, rispettivamente per
opzionare gli spazi in banchina, per i
rifornimenti di gasolio e per la costruzione
della struttura dell'isola presso i cantieri
navali e per la pubblicazione dell'avviso ai
naviganti per la segnalazione della presenza di
strutture.
L'Isola a costruzione ultimata.
La
dichiarazione d'indipendenza: per tutto
il 1965 ed il 1966 proseguirono i lavori di
armamento della struttura, ma molto lentamente,
poiché per le avverse condizioni meteomarine si
poteva operare per non più di circa tre giorni a
settimana.
Il 23 novembre 1966 la capitaneria di
porto di Rimini intimò di cessare i lavori privi
di autorizzazione, poiché la zona era in
concessione all'Eni. Il successivo 23
gennaio anche la polizia s'interessò della
vicenda, richiedendo conferma che si trattava di
lavori sperimentali. Il 20 maggio 1967 alla
profondità di 280 metri dal piano di calpestio
dell'isola fu trovata, per perforazione, una
falda di acqua dolce. Il 20 agosto 1967 l'isola
venne aperta al pubblico.
Intanto sull'isola i lavori continuavano: sui
pali fu gettato un piano in laterizio armato
alto 8 metri sul livello del mare su cui vennero
eretti dei muri che delimitavano dei vani.
L'area a disposizione era di 400 m². S'iniziò
una soprelevazione di un secondo piano, che
doveva concludersi, in previsione, in cinque
piani. Fu attrezzata anche l'area di sbarco dei
battelli (la "Haveno Verda", in italiano il
"Porto Verde") – che avveniva tramite banchine e
scale – con dei tubi di gomma pieni di acqua
dolce (con peso specifico, quindi, minore, di
quello dell'acqua di mare e galleggianti) per
tranquillizzare lo specchio d'acqua destinato
allo sbarco; questa soluzione era già stata
adottata da analoghe piattaforme a largo
di Londra.
L'isola artificiale dichiarò unilateralmente
l'"indipendenza" il 1º maggio 1968, con Giorgio
Rosa come "Presidente".
Dopo la
dichiarazione d'indipendenza: La trovata di
Giorgio Rosa fu resa pubblica con una conferenza
stampa solo lunedì 24 giugno 1968. La primavera
riminese del 1968, come la precedente estate,
vide grande traffico marittimo dalla costa
italiana verso l'Isola delle Rose e viceversa,
destando crescente preoccupazione da parte delle
forze dell'ordine italiane.
Le azioni di Rosa furono viste dal governo
italiano come uno stratagemma per raccogliere i
proventi turistici senza il pagamento delle
relative tasse, dato che l'Isola delle Rose era
facilmente raggiungibile dalla costa italiana.
Presto la Repubblica Italiana dispose un
pattugliamento di motovedette della Guardia di
Finanza e della capitaneria di porto vicino alla
piattaforma, impedendo a chiunque, costruttori
compresi, di attraccarvi, di fatto ottenendo
un blocco navale.
In quel momento l'Isola delle Rose aveva
soltanto un abitante stabile, Pietro Bernardini,
che, dopo aver naufragato nel mare
Adriatico durante una tempesta, raggiunse la
sicurezza della piattaforma dopo 8 ore in mare;
successivamente prese in affitto la piattaforma
per un anno.
Il 21 giugno 1968 Rosa ebbe un colloquio con il
capitano Barnabà del Servizio Informazioni
Difesa, il servizio segreto militare italiano.
Nel corso dell'estate 1968 pare che la
micronazione si fosse dotata (o avesse
intenzione di dotarsi) di una propria piccola
stazione radiofonica in onde medie,
presumibilmente al fine di disporre di un mezzo
d'informazione per sensibilizzare l'opinione
pubblica sulla propria causa e per contrastare
le azioni repressive del governo italiano.
La
distruzione: Quale che fosse il motivo reale
dietro la micronazione di Rosa, il Governo
italiano rispose rapidamente e con decisione: 55
giorni dopo la dichiarazione d'indipendenza,
martedì 25 giugno 1968 alle 7:00 del mattino,
una decina di pilotine della polizia con agenti
della DIGOS, dei carabinieri e della Guardia di
Finanza circondarono la piattaforma e ne presero
possesso, senza alcun atto di violenza.
All'isola fu vietato qualunque attracco, e non
fu consentito al guardiano Pietro Ciavatta e a
sua moglie, uniche persone al momento
sull'isola, di sbarcare a terra.
Il "Governo della Repubblica Esperantista
dell'Isola delle Rose" inviò un telegramma al
Presidente della Repubblica Italiana Giuseppe
Saragat per lamentare «la violazione della
relativa sovranità e la ferita inflitta sul
turismo locale dall'occupazione militare»,
venendo ignorato.
Il 5 luglio 1968 Stefano Menicacci,[6] deputato
del Movimento Sociale Italiano, inoltrò al
ministro dell'Interno Francesco Restivo,[7] della Democrazia
Cristiana, del secondo governo Leone, in carica
dal 24 giugno 1968, la seguente interrogazione:
« Il
sottoscritto chiede di interrogare il Ministro
dell'interno per sapere quale sia
l'atteggiamento ufficiale assunto dal Ministero
in merito alla costruzione denominata "L'Insulo
de la Rozoj" esistente al largo delle coste di
Rimini, ed in particolare le disposizioni
impartite alle autorità marittime italiane
contro l'esistenza di tale grande manufatto
marino.
Inoltre, l'interrogante chiede di sapere se
risponde a verità che la capitaneria del porto
di Rimini già oltre un anno or sono per ordine
del Ministro aveva impartito l'ordine di
sospensione dei lavori e i motivi per i quali
gli stessi, contravvenendo all'ordine
ministeriale, non solo sono proseguiti, ma hanno
portato ad una costruzione con condizioni di
abitabilità, arredamento di negozi,
stampigliatura di francobolli, apposizione di
bandiera e conio di moneta, sino a far presumere
l'esistenza di uno Stato-burletta nello Stato
italiano.
L'interrogante, inoltre, chiede di sapere in
quale maniera intende intervenire con la massima
energia per la tempestiva osservanza in casi del
genere del codice della navigazione e delle
leggi della Repubblica, oltre che per il
rispetto - insieme all'ordinamento giuridico
nazionale - dell'autorità statale anche al fine
di non arrecare "a posteriori" pregiudizi
economici e morali contro le iniziative
incontrollate di terzi. »
(Stefano Menicacci, Interrogazione
Parlamentare (3-00077) MENICACCI)
Il 9
luglio 1968 giunsero a Rosa varie proposte
d'acquisto dell'isola.
Il 10 luglio 1968 Nicola Pagliarani,[8] deputato
del Partito Comunista Italiano, inoltra al
ministro dell'Interno Francesco Restivo la
seguente interrogazione: « Al Ministro
dell'interno. Per sapere i precedenti nonché
l'atteggiamento ufficiale attuale assunto dal
Ministero sulla vicenda della costruzione
denominata L'Insulo de la Rozoj esistente al
largo delle coste di Rimini, di cui si è avuta
così vasta eco sulla stampa nazionale ed
estera. »
(Nicola Pagliarani, Interrogazione
Parlamentare (4-00473) PAGLIARANI)
L'11
luglio 1968 le autorità italiane permisero al
guardiano dell'isola Piero Ciavatta e a sua
moglie di sbarcare a Rimini.
Il 7 agosto 1968 Rosa fu interrogato dal dottor
Mariani della questura di Bologna e il giorno
dopo fu emesso il dispaccio n. 519601/1.20 del
Ministero della Marina Mercantile (ministro pro
tempore Giovanni Spagnolli, senatore della
Democrazia Cristiana), indirizzato
alla capitaneria di porto di Rimini, con cui si
notificava alla S.P.I.C., nelle persone del suo
presidente Gabriella Chierici e del suo
direttore tecnico Giorgio Rosa, di provvedere a
demolire il manufatto costruito al largo di
Rimini, con avvertenza che altrimenti si sarebbe
proceduto alla demolizione d'ufficio.
Il 27 agosto 1968 Rosa notificò un ricorso in
sede giurisdizionale di due pagine (il n.
756/68) firmato da Chierici, in qualità di
presidente della S.P.I.C., e dagli avvocati
Elvio Fusaro ed Enzo Bruzzi, alla capitaneria di
Porto di Rimini, per conoscenza, e il 28
agosto 1968 lo consegnò all'Ufficio Ricorsi
del Consiglio di Stato a Roma con la richiesta
di sospensiva al decreto n. 2/1968 del 16
agosto 1968.
La nota fu presa in esame dai professori Letizia
e Ceccherini.
Il 4 settembre 1968 Umberto Lazzari, di Radio
Monte Ceneri (Radio svizzera di lingua italiana)
interpellò il relatore del Consiglio di Stato,
che assicurò un esito favorevole a Rosa.
Il 21 e 22 settembre 1968 vennero indicati i
nomi dei componenti della 6a sezione del
Consiglio di Stato che doveva giudicare.[9]
Il 24 settembre 1968 la Commissione speciale del
Consiglio di Stato produsse un parere favorevole
a un quesito posto dal Ministero della Marina
Mercantile circa i provvedimenti da adottare per
la rimozione dell'isola.
Il 27 settembre 1968 venne trattato in prima
udienza il ricorso; una seconda seduta si tenne
l' 8 ottobre, e in questa sede il ricorso venne
respinto; il relatore Mario Gora e il
consigliere Lorenzo Cuonzo, si seppe in seguito,
votarono favorevolmente al ricorso.
Intanto il 30 settembre 1968 le Autorità
governative italiane stimarono (con un
preventivo) che la demolizione dell'isola
sarebbe costata circa 31 milioni di lire.[10]
Il 6 ottobre 1968 l'avv. Praga propose a Rosa di
interessare Nicola Catalano, già giudice
della Corte Europea di
Giustizia dal 1958 al 1962, per un ricorso
al Consiglio d'Europa di Strasburgo.
Il 15 ottobre 1968 a Rosa fu comunicato dal
brigadiere Biscardi di Bologna e da Olivieri,
capo ufficio postale di Via de' Toschi n. 4 in
Bologna, che giacevano in quell'ufficio postale,
provenienti da Copenaghen, riviste e documenti
per l'Isola delle Rose.
Sempre il 15 ottobre 1968 l'aiutante ufficiale
giudiziario Nello Vanini notificò alla
Capitaneria di Porto di Rimini, per conoscenza,
un ulteriore ricorso in sede giurisdizionale (n.
951/68), di otto pagine, firmato da Gabriella
Chierici, dallo stesso Rosa e da Fulvio Funaro,
inviato all'Ufficio Ricorsi del Consiglio di
Stato a Roma con la richiesta di sospensiva al
suddetto decreto n. 2/1968 del 16 agosto1968.
Il 1º novembre 1968 furono interessati
anche Giovanni Bersani, deputato al Parlamento
europeo nella Democrazia Cristiana, e Cleto
Cucci del Foro di Rimini.
Il 18 novembre 1968 Nicola Catalano, insieme con
Cleto Cucci, decisero di chiedere l'Accertamento
Tecnico Preventivo sull'isola.
Il 26 novembre 1968 Nicola Catalano ebbe un
colloquio con Renato Zangheri, del Partito
Comunista Italiano, che sarebbe stato sindaco di
Bologna dal 1970 al 1983, il quale (secondo il
"Memoriale" dell'Ing. Giorgio Rosa pubblicato
nel 2009 da Persiani Editore allegato al DVD
documentario Cines sull'Isola) «sostiene che
dietro a me c'è una Potenza straniera», si
vociferò persino l' Albania di Enver Hoxha,
all'epoca già fuori dal Patto di Varsavia.
Il 29 novembre 1968 arrivò a Rimini un pontone
della Marina Militare Italiana, che sbarcò a
terra tutto quanto vi era di trasportabile
dall'isola. Sul pontone si prepararono anche le
cariche di esplosivo da collocare sull'isola per
la demolizione. Nella stessa giornata, Nicola
Catalano, a Parigi, venne informato
telefonicamente del precipitare degli eventi da
Praga.
Il 1º dicembre 1968 Rosa ebbe un colloquio
con Luciano Gorini, consigliere comunale di
Rimini della Democrazia Cristiana e già
Presidente dell' Azienda Autonoma di
Soggiorno di Rimini dal 1960 al 1965, che
presentò un'interpellanza.
Altri telegrammi d'appoggio all'isola vennero
spediti, da un tal sig. Rico, a Pietro Nenni,
a Giacomo Brodolini e Giacomo
Mancini del Partito Socialista Italiano, e
a Luigi Preti e Mario Tanassi del Partito
Socialdemocratico (PSDI).
Il 3 dicembre 1968 venne giurato l'Accertamento
Tecnico Preventivo dell'ing. Giuseppe Lombi di
Rimini, che chiese 5 mesi per l'espletamento
dell'incarico peritale. La capitaneria di porto
di Rimini asserì di non poter non eseguire
l'Atto Amministrativo della demolizione,
fissando per il giorno 10 dicembre 1968 il
sopralluogo sull'isola, sopralluogo poi
rimandato causa mareggiata.
Anche Berti perorò la causa dell'Isola delle
Rose con l'onorevole Luigi Preti, che però non
volle impegnarsi. Il 17 dicembre 1968 si ebbe un
incontro tra l'avv. Roma e Gozzi dell'
avvocatura dello Stato di Bologna da cui risultò
che «si vocifera che il Governo italiano ne fa
una questione di principio» (dal "Memoriale"
di Giorgio Rosa).
Il 19 dicembre 1968 Rosa ebbe dei colloqui anche
con funzionari del Sovrano Militare Ordine di
Malta, che però giudicarono la questione «oramai
troppo compromessa».
Il 21 dicembre 1968 si tenne un'udienza davanti
al pretore di Rimini, che mantenne il decreto di
Accertamento Tecnico Preventivo, sollecitando i
sopralluoghi peritali.
Il 23 dicembre 1968 si svolse il sopralluogo. In
mattinata sull'isola per constatarne lo stato si
recarono il consulente tecnico
d'ufficio Giuseppe Lombi, i geometri Gaetano
Vasconi di Rimini e Nobili (ambedue come
testimoni), nonché l'ing. Buono di Ravenna,
mentre nel pomeriggio nel porto di Rimini si
constatò l'inventario dei materiali sequestrati
dalla Marina Militare Italiana il 29 novembre.
Mancavano all'appello parecchie apparecchiature,
tra cui il nautofono.
Gli esperantisti del Gruppo Esperantista
Riminese (G.E.R.) suggerirono la donazione
dell'isola a loro. Il 28 dicembre 1968 in
mattinata nuovo sopralluogo sull'isola a cui
parteciparono Giuseppe Lombi e Rosa, che nel
pomeriggio si recò a Villa Verrucchio dal sig.
Dosi, per un incontro con l'onorevole Luigi
Preti, che rinnovò il suo disinteressamento.
Il 22 gennaio 1969 il Pontone della Marina
Militare Italiana salpò per l'Isola delle Rose,
per la posa dell'esplosivo per la distruzione.
Rosa rilasciò una durissima intervista ad Amedeo
Montemaggi di Rimini de "Il Resto del Carlino",
che però tagliò la frase: «mi vergogno di essere
italiano!».
L' 11 febbraio 1969 sommozzatori della Marina
Militare Italiana (del G.O.S. - Gruppo Operativo
Subacquei appartenente al COM.SUB.IN. - Comando
Subacqueo Incursori "Teseo Tesei"), demoliti i
manufatti in muratura (cementizia e laterizia),
e segati i raccordi tra i pali della struttura
in acciaio dell'Isola delle Rose, la minarono
con 75 kg di esplosivo per palo (675 kg totali)
per farla implodere e recuperare i detriti
(perché pericolosi per la pesca). Tuttavia,
fatte brillare le cariche l'isola resistette
alla prima esplosione, in quanto i piloni
portanti erano stati costruiti a cannocchiale e
con l'esplosione si creava solo un'incavatura.
Dopo 2 giorni, il 13 febbraio 1969 vennero
applicati per ogni palo 120 kg di esplosivo (ben
1.080 kg totali), ma la nuova esplosione fece
solo deformare la struttura portante dell'isola,
senza farla cedere.
Mercoledì 26 febbraio 1969 una burrasca fece
inabissare l'Isola delle Rose. L'atto finale
venne comunicato nel Bollettino dei
Naviganti dell'Emilia-Romagna.
A Rimini furono affissi dei manifesti a lutto,
in cui si diceva:
« Nel momento
della distruzione di Isola delle Rose, gli
Operatori Economici della Costa Romagnola si
associano allo sdegno dei marittimi, degli
albergatori e dei lavoratori tutti della Riviera
Adriatica condannando l'atto di quanti, incapaci
di valide soluzioni dei problemi di fondo, hanno
cercato di distrarre l'attenzione del Popolo
Italiano con la rovina di una solida utile ed
indovinata opera turistica. Gli abitanti della
Costa Romagnola. »
L'affondamento
e il successivo smantellamento durarono una
quarantina di giorni, fino a circa metà
aprile 1969.
Il 6 giugno 1969 Giorgio Zagari, dell'
Avvocatura Generale dello Stato, scrisse la sua
memoria per il Consiglio di Stato che avrebbe
dovuto deliberare definitivamente.
Il 17 giugno 1969 la sesta sezione del Consiglio
di Stato si riunì in udienza.[11]
Le pretese di sovranità, indipendenza e diritti
internazionali acquisiti dai proprietari della
piattaforma, erano infondati, in quanto i
cittadini italiani anche fuori dall'Italia
devono sottostare alle leggi statali (questo in
estrema sintesi si evince dal saggio
sulla Rivista di Diritto
Internazionale del 1968).
Alcuni volontari stanno dal 2008 progettando di
fondare una micronazione sulle orme dell'Isola
delle Rose chiamata Isola di Eden[12]
Nel luglio 2009 sono stati ritrovati sul fondale
marino al largo di Rimini alcuni resti della
struttura metallica e dei muri.[13]
In alcuni documenti
ufficiali le coordinate sono ascritte come
segue: 44°10′48″N 12°37′00″E.
Il "Libero stato
dell'Isola delle Rose", Il Collezionista, n.
12/2006. pag. 29.
Va tenuto presente che
nel 1968 il limite delle acque territoriali
italiane era a 6 nm (11,112 km), fissato
dal Codice della Navigazione (r.d. n. 327
del 30/03/1942); con la legge n. 359 del
14/08/1974 il limite venne portato a 12 nm (22,224
km).
Elenco piattaforme e
strutture assimilabili. URL consultato il
1-10-2010.
L'inizio della frase Hostium
rabies diruit (La violenza del nemico
distrusse) apparve già su francobolli
dell'area italiana, e precisamente su una
serie ordinario-propagandistica emessa
dalla Repubblica Sociale Italiana (RSI) a
cominciare dal giugno 1944, stampata
inizialmente aRoma e poi a Novara. Vi
figurano monumenti che "la violenza nemica
distrusse": vero per l'abbazia di
Montecassino e la chiesa di Santa Maria
delle Grazie di Milano, parzialmente vero
per la chiesa di San Lorenzo di Roma e
la chiesa di San Ciriaco di Ancona; falso
per la Loggia dei Mercanti di Bologna ed
il Duomo di Palermo, in realtà rimasti
indenni
Scheda. n.d.
Scheda. n.d.
Scheda. n.d.
Presidente Vincenzo
Uccellatore, relatore Mario Gora,
consiglieri Carlo Anelli, Lorenzo Cuonzo,Alfano
Quaranta e Mario Egidio Schinaia,
segretario Pasquale Del Po.
Oltre 264.000,00 €
del 2006, utilizzando i coefficienti annuali
della tabella di rivalutazione
monetaria dell'ISTAT.
Così costituita: presidente Vincenzo
Uccellatore, relatore Alfano Quaranta,
consiglieri Lorenzo Cuonzo, Angelo De
Marco, Gaia, Mastropasqua.
Riemerge l'isola
dell'Utopia - Corriere della Sera
L'Isola delle Rose rivive
sullo schermo e riemerge nelle acque di
Rimini | Bologna la Repubblica.it