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Il tempo. Immobile di fronte all’Orologio,
nella sagrestia della Chiesa di San Martino in Riparotta,
osservo l’arcana opera di Gennaro Angelini. Il
prodigioso meccanismo, coi suoi quadranti e le sue ruote, le
catene e i tiranti, intricata e sorprendente
rappresentazione delle meccaniche celesti, nella sua
rudimentale essenza toglie il fiato, misterioso come il
Pendolo di Foucault nell’omonimo romanzo di Umberto Eco,
inquietante allo stesso modo. Sta immoto. Dicono si sia
fermato quando il cuore del suo creatore ha smesso di
battere.
L’uomo che inseguiva il moto perpetuo,
suddividendo le ciclicità dell’Universo in secondi, minuti,
ore, decenni, secoli… che, fronteggiando il calcolo
astronomico della precessione degli equinozi, della
differenza fra anno siderale e anno solare, contava i
bisestili… se ne è andato, portando con sé la sua sapienza e
quella speranza d’immortalità che forse si nasconde dentro
ciascuno di noi.
“Spero che Dio sia con me” diceva “e
che mi dia l’immortalità, in modo che quando (l’orologio) si
scaricherà, io possa venire a ricaricarlo.”
Ma l’uomo che curava i campi della
Parrocchia di Riparotta, che semplicemente viveva osservando
l’alternarsi delle stagioni, che, ruvido e robusto, portava
sulle spalle il peso di una famiglia grande e del dolore di
averne persa parte, che ne sapeva, quell’uomo lì, delle
maree, dell’asse di rotazione, dell’attrazione terrestre,
della forza di gravità, della teoria della relatività?
Il tempo. Di
fronte alla curiosa ‘Macchina’, in questa bella chiesetta di
provincia ricostruita dopo la distruzione dei bombardamenti
simile all’originale, generazioni di pensatori affiorano
alla memoria. Platone, Sant’Agostino, Kant, Hegel… e infine
Einstein che lo scopre relativo, a seconda della velocità e
del riferimento arbitrario preso in considerazione.
Il tempo, non è un gioco da poco con
cui confrontarsi e forse proprio in questa improbabile e
misteriosa sfida impari risiede il fascino che avvolge
l’Orologio di Talacia e che ha indotto Mario Turci, Don
Danilo Manduchi e Federica Foschi - che ha curato anche
la pubblicazione “L’Orologio di Talacia. Storie e
documenti” prodotta dal Museo degli usi e dei costumi
della gente di Romagna in collaborazione con la Parrocchia
di San Martino in Riparotta - ad approfondirne lo studio e
ad impegnarsi nella sua ricostruzione. L’accurata ricerca ha
coinvolto nel lavoro diversi testimoni, amici e parenti di
Gennaro Angelini detto Talacia. Le interviste, riportate
fedelmente nel testo, a ruota libera, nello stile del
linguaggio parlato, donano al saggio quel realismo che fa da
sfondo autentico alla ‘Macchina del tempo’. Accanto alle
testimonianze, una panoramica storica chiara e ben
contestualizzata mette in fila le fasi di un’esistenza non
banale, capace di elevarsi dalla terra e meravigliare il
mondo. Gli articoli apparsi sui giornali degli anni
Cinquanta, i documentari dell’Istituto Luce, le visite dalla
Svizzera… dimostrano infatti tutta la curiosità e lo stupore
degli uomini ‘colti’ di fronte a questo marchingegno di
legno e ruggine, diabolico nella sua elementare complessità,
con il fascino ancestrale e misterioso di un calendario
Maya. Lodevole l’impegno dei ricercatori, cui si deve
soprattutto il merito di aver riportato ‘a casa’ l’Orologio
di Talacia.
*Col consiglio di leggersi il bel
volumetto di Federica Foschi, ma soprattutto di andare di
persona alla Chiesa di San Martino in Riparotta a vedere
l’oggetto di tanta meraviglia.
Intervista
a Luigi Brighi
16 gennaio
2006
Da
“L’Orologio di Talacia” pag. 46
Io non sono
nato a San Martino in Riparotta, ho conosciuto dopo Gennaro
Angelini. Mi ricordo che aveva la stalla piena di ruote, di
catene di bicicletta. Ci raccontava spesso della sua
costruzione, parlava di una ruota che faceva un giro ogni
300 anni; quando il sole sorgeva, sorgeva anche il suo sole.
Veniva sempre tanta gente a vedere l’orologio, diverse
corriere dalla Svizzera, erano quasi tutti orologiai. Aveva
una gran passione per queste cose, lui non aveva studiato,
aveva fatto solo la seconda elementare, se invece avesse
studiato forse gli sarebbe rimasto qualcosa in più nella
testa e anche se lui spiegava queste cose noi non capivamo
niente. Era il contadino della Parrocchia e mio fratello a
quel tempo era il prete, quindi noi eravamo di famiglia, ci
vedevamo quasi tutti i giorni. D’inverno andava dal fabbro a
saldare un ferro, a prendere una catena di bicicletta.
Gennaro è morto nel 1956, mi ricordo che c’era l’ottavario
del morti, lo vidi sulla porta della Chiesa, mi disse “ho
già compiuto 82 anni” e pochi giorni dopo è morto, era il
mese di novembre, mancato lui l’orologio è rimasto lì nella
stalla fermo per diversi anni. (…)

Intervista
a Dante Evangelisti
20
novembre 2007
Da
“L’Orologio di Talacia” pag. 49
Andavo spesso
da mio nonno e mi ricordo bene come era sistemato questo
orologio. Ogni tanto Gennaro gli applicava qualcosa, non è
che ha fatto tutto in una volta… è partito prima con la
ruota dell’orologio, poi gli ha aggiunto il quadrante che
segnava la calata e l’alzata del sole. Una volta ha detto
che lui doveva aggiungere altre cose, e alla fine aveva
realizzato 18 quadranti, che erano poi 18 segnalazioni (anno
bisestile, i giorni, i mesi, gli anni…) poi ha aggiunto
altre cose. (…) Lo caricava ogni 8 giorni, tirava su finché
i pesi arrivavano in cima e con quel peso l’orologio andava
per 8 giorni. (…)

Articolo
di Massimo Dursi - Il Resto del Carlino 26 gennaio 1950
Vecchie
tavole e catene di biciclette per l’orologio nella stalla
Per 3500
anni segnerà il tempo.
Da
“L’Orologio di Talacia” pag. 61
(…) Cominciò
a fabbricarlo usando una filatrice da canapa, continuò poi
con casse da imballaggio e vecchie catene di biciclette.
L’orologio è infatti tutto di legno e andò crescendo nella
stalla durante una ventina d’anni, arrampicandosi alle
pareti e alle travi come una stana, mostruosa pianta.
Funzionava già durante la guerra ma venne completato nel
1950. Segna tutto, ore, giorni della settimana e del mese,
anni, anche quelli bisestili e le fasi della luna, il
sorgere e il tramonto del sole che, raffigurato da un disco,
si muove entro un particolare quadrante. La carica, che si
fa con grandi contrappesi, dura centosessanta ore. Qualche
volta l’Angelini ebbe momenti di incertezza. Si trovava di
fronte a problemi di cui intuiva la soluzione ma che
esigevano accorgimenti costruttivi non sempre facili da
attuare coi suoi mezzi. (…) Angelini dunque ha percorso da
solo e pressoché senza guida la lunghissima strada che
fecero generazioni di inventori per giungere a realizzare
quel complicato meccanismo. L’impresa ci induce a pensare
che una inconscia eredità di cognizioni e di esperienze
arricchisca ognuno: tutte quelle che si dissolsero nell’aria
che respiriamo, con l’ultimo anelito di chi ci precedette.
Ma è di pochi raccoglierla così come ha fatto questo
contadino semianalfabeta. Non osiamo dire sia del tutto un
male se chiunque altrimenti potrebbe domani costruirsi una
atomica nel fienile. |