|
Un
tempo non c’erano frigoriferi e celle refrigeranti per
conservare la carne e i materiali deperibili, così la
maggior parte dei paesi si fabbricava una “conserva”neviera
adatta a questo scopo.
Era una specie di grotta sotterranea ,nella quale si entrava
da una galleria in fondo alla quale si apriva una porta che
dava su un grande vano a forma di salvadanaio.
A San Mauro la conserva la chiamavano “La Muntilaza”, perché
formava un piccolo rialzo nel terreno , ricoperto da un
boschetto di marruche, i “marugheun”.
Secondo la descrizione del macellaio Ezio Maioli,che vi
conservava gli animali macellati, questa conserva aveva le
pareti di pietra e il soffitto a cupola con un anello al
quale si attaccava il paranco per far salire e scendere i
pezzi grossi di carne.
L’altezza del vano era di 4 metri circa, l’ampiezza di 20 e
conteneva fino a 200 birocci di neve.
Tutti gli anni si sperava che nevicasse abbastanza per
riempirla di neve o ghiaccio, quest’ultimo trasportato dai
birocciai dalle valli del Ravennate, altrimenti la neve si
portava giù nei sacchi dal monte Carpegna sui carri trainati
dai buoi , e non poche volte arrivava sciolta e
inutilizzabile.
L’inverno tra il 1903-1904 fu così mite che non nevicò e
diversi paesi dovettero andare a prendere la neve a San
Marino pagando 5 lire per ogni carro ,causando un esborso
notevole per le finanze comunali.
La neve veniva subito messa nella conserva e ben battuta in
modo da formare come una chiocciola intorno alle pareti ,
poi la si copriva con un’erba , l’”Erba Brujòina” che veniva
raccolta nelle Valli di Comacchio e sopra , coperta da teli
,si metteva la carne macellata.
La neve in questo modo si poteva mantenere per tutta
l’estate fino alla fine di settembre e a mano a mano che si
scioglieva l’acqua che si formava veniva raccolta nel fondo
fatto a fiasca e tramite una botola scaricata in una fossa
esterna.
E ogni inverno si ricominciava……

|